Il centenario da Caporetto a Vittorio Veneto

Cento anni fa, alle 2 della notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre 1918, quindici divisioni austro-ungariche-tedesche lanciano una possente offensiva contro l’esercito italiano sotto il comando del generale novarese di Pallanza Luigi Cadorna. Prima di sera sfondano la linea della II Armata al comando del generale Luigi Capello, anche lui novarese di Intra, alle cui dipendenze c’è il Pietro Badoglio, astigiano di Casorzo. Soprattutto Cadorna, ma anche Capello e Badoglio, insieme agli altri generali italiani sono i primi responsabili della più grande disfatta nella storia dell’Esercito italiano.  Sono supponenti, divisissimi, invidiosi l’uno dell’altro perché ciascuno vuole fare di testa sua. Credono di avere la vittoria in pugno perché mandano molti uomini a morire. È Caporetto.

La fanteria nemica neutralizza le batterie; travol­ge i nostri reparti; interrompe i collegamenti telefonici tra le varie unità; attacca i fanti ancora nei rifugi e senza ordini e soprattutto spara cilindri pieni di gas asfissiante che procura una morte istantanea. Racconta lo scrittore Giovanni Comisso, testimone oculare: «Quei soldati erano fermi, impietriti dalla morte che la piccola e miserabile maschera non aveva servito a impedire». Spiega lo storico Angelo D’Orsi nel bel libro «1917 l’anno della rivoluzione» (Laterza): «L’acido cianidrico uccide in modo silenzioso e istantaneo: chi ne è colpito non riesce  neppure a emettere un gemito in quanto paralizza il centro respiratorio cerebrale».

L’offen­siva è guidata dal generale tedesco Otto von Below e dal generale austriaco Konrad Krafft von Dellmensingen. Alle loro dipendenze hanno il capitano Erwin Rommel che con i gas si apre un varco verso Bainsizza. Il 27 ottobre Cadorna, comandante in capo, imparte l’ordine di ripiega­re e, per proteggere la ritirata, decide di sacrificare venti divisioni che accusa di disfattismo e rivolta. La colpa di caporetto è di Cadorna e dei comandi militari che avevano sottovalutato le notizie su un attacco imminente, non avevano predisposto truppe di riserva, avevano perso il control­lo della situazione e delle truppe. Cadorna ha la faccia tosta di scrivere, il 27 ottobre 1917, al primo ministro Paolo Boselli: «L’esercito non cadde sotto i col­pi del nemico ma per colpa delle truppe per mancanza di resistenza dei reparti». Mons. Michele Cerrati, vicario generale del «vescovo di campo» Angelo Bartolomasi, rivela che «nel giugno 1917 scrissi ben quattro lettere al presidente Bosel­li informandolo sul morale delle truppe, sulla indisciplinatezza di alcuni reparti e sulle responsabilità della politica».

I nu­meri della disfatta italiana sono impressionanti: 40 mila tra mor­ti e feriti; 283 mila prigionieri; 3.150 artiglierie, 1.700 bombarde e 3.000 mitragliatrici lasciate sul campo; 487.311 profughi che abbandonano tutto. Chi resta, subisce bombardamenti, fame e violenza. Migliaia di prigionieri muoiono di fame perché Cadorna non aveva trovato un accordo con il nemico per la consegna dei pacchi di viveri della Croce Rossa.

A Roma il governo Boselli cade. Il 30 ottobre si forma il nuovo ministero presieduto da Vittorio Emanuele Orlando, il quale mantiene lo strategico ministero dell’Interno. Il suo primo discorso alla Camera rimane famoso per il «Resistere, resistere, resistere». Finalmente, l’8 novembre i ministri della Guerra Vittorio Luigi Alfieri e degli Interni Orlando defenestrano Cadorna e nominano comandante in capo il napoletano Armando Diaz e suo vice Pietro Badoglio. Gli italiani si assestano sulla linea del Piave e del Monte Grappa. Di qui la più famosa canzone di guerra: «Il Piave mormorò: non passa lo straniero». La situazione peggiora con l’influenza chiamata «spagnola» perché i primi a scriverne sono i giornali iberici. L’epidemia  miete 2.000 soldati italiani al giorno e si diffonde in Europa, negli Stati Uniti e in Asia: 200 milioni di contagiati e 10 milioni di morti in tutto il mondo.

La gestione di Cadorna è fallimentare e il Paese resta spaccato in due fra interventisti-guerrrafondai e pacifisti. Incer­tezze che si riflettono sul fronte con timide avanzate e disastrose ri­tirate. I politici e gli alti comandi militari non riescono a motivare le truppe che hanno il morale sotto i piedi dopo due anni di «inutili stragi». Si moltiplicano gli episodi di diserzione, di cedimenti volontari e di «propaganda disfattista». Scrive D’Orsi: «La disfatta di Caporetto non è generata dalla propaganda disfattista, contenuta per numero e qualità, ma nasce dalla stanchezza che quegli episodi vanno pro­ducendo nella terza annata di guerra». Il cosiddetto «decreto Sacchi» è utilizzato «per colpire con condanne pesanti, fucilazione compresa, i militari accusati di aver pronunciato frasi disfattiste o pacifiste, o di aver cantato inni sovversivi, pur se in stato di ubriachezza. Aver manifestato in passato simpatie “neutraliste” o socialiste, è considerato dai tribunali militari un’aggravante. I provvedi­menti che inaspriscono la “giustizia” militare contro i disertori sono adottati tra la fine del 1917 e l’aprile 1918. In base a queste disposizioni vengono colpiti anche i congiunti: una logica di tipo mafioso». In tutti gli eserciti di quella orrenda «macelleria» che fu la prima guerra mondiale si registrano cedimenti, fughe e diserzioni.

In soccorso degli italiani arrivano due divisioni di francesi, 11 mila soldati inglesi e dal 1918 gli americani. Nel 1918 in Austria si affievoliscono le risorse belliche e si spegne nella popolazione la volontà di resistere. Nel luglio 1918 fallisce una nuova offensiva sul Piave: 150 mila le perdite austria­che, 90 mila italiane. Anche nell’esercito di Vienna si diffondono ribellio­ni e rivolte. Un anno dopo Caporetto, il 24 ottobre 1918 le armate italiane at­taccano sul fronte del Piave, rompono le difese austriache e raggiungono il 29 ottobre Vittorio Veneto, il 2 novembre Rovereto, il 3 Trento e Trieste dal mare. Il 4 novembre a Villa Giusti, vicino a Padova, viene firmato l’armisti­zio.

Pier Giuseppe Acconero