Dialogo in Vaticano sull’Europa

Cosa pensano il Papa e la Santa Sede dei populismi e dei nazionalismi che infestano e lacerano l’Europa? Come considerano l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea? e la dichiarazione di indipendenza della Catalogna? Non c’è, ovviamente, una risposta diretta ma indicazioni nette emergono dalla conferenza «Ripensare l’Europa. Un contributo cristiano» (27-29 ottobre 2017) cui hanno partecipato 350 politici, vescovi, ambasciatori, rappresentanti di movimenti, organizzata in Vaticano dalla Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) nel 60° dei Trattati di Roma (1957-25 marzo-2017).

«Il primo e più grande contributo dei cristiani è ricordare che l’Europa non è una raccolta di numeri e istituzioni, ma è fatta di persone e popoli». Per continuare la costruzione servono, come «mattoni», dialogo, solidarietà, sviluppo, pace. Papa Francesco ricorda che uno dei valori fondamentali portati dal Cristianesimo è «la persona a immagine e somiglianza di Dio». San Benedetto da Norcia, padre del monachesimo occidentale, pose una concezione dell’uomo radicalmente diversa da quella greco-romana e da quella dei barbari: «Per Benedetto non ci sono ruoli ma persone» mentre oggi «non ci sono lavoratori ma indicatori economici, non ci sono migranti ma quote. L’identità dei cristiani è relazionale e la famiglia è il fondamentale luogo di questa scoperta».

Dall’Atlantico agli Urali, dal Polo Nord al Mediterraneo, l’Europa deve essere luogo di dialogo, come lo era l’«agorà», non solo spazio economico ma cuore della politica. Francesco mette in guardia «dal pregiudizio laicista, che non riesce a percepire il valore della religione nella sfera pubblica e la rilega in quella privata». Oggi in politica al dialogo «si sostituiscono le urla e le rivendicazioni», le formazioni populiste ed estremiste. I cristiani devono favorire il dialogo e «ridare dignità alla politica intesa come servizio al bene comune». Essere politici «esige studio e formazione, preparazione ed esperienza»; invece in Italia e in molti Paesi ci si affida a chi urla di più, a chi insulta di più, a chi irride di più avversari e immigrati, i quali devono «rispettare e assimilare» cultura, leggi e regole della Nazione che li accoglie.

L’Europa è chiamata a uno sviluppo integrale. Il Papa cita l’esempio degli imprenditori cristiani, «che nel secolo scorso hanno compreso come il successo delle loro iniziative dipendesse dall’offrire condizioni degne di lavoro», migliore antidoto alla «globalizzazione senz’anima» come la intesero e realizzarono il presidente americano Ronald Reagan e il primo ministro inglese Margaret Thatcher, una politica che rimpinguò i bilanci delle imprese ma creò sfruttamento, disoccupazione, povertà.

Nel Vecchio Continente trionfamno populismi, spinte indipendentiste, lacerazioni e frammentazioni. Che su questi fenomeni ci siano valutazioni diverse è normale. Tuttavia esiste un sano nazionalismo e un sano patriottismo. Nel populismo, invece, i politici presentano quello che «la pancia» del popolo vuole ascoltare, che non necessariamente la verità. Il nazionalismo tende ad esaltare aspetti e caratteristiche  nazionali: «Prima gli italiani».

Istruttiva e singolare la testimonianza del cardinale arcivescovo di Barcellona Juan José Omella: «Amo profondamente Barcellona e la Catalogna, dove ci sono persone meravigliose. E amo profondamente la Spagna. Il mio cuore grida, desidero e chiedo al Signore di aiutarci a evitare il conflitto e a costruire un futuro in pace. Con la crisi economica poi i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, il che accentua l’insicurezza e la paura di perdere i beni e accresce populismo e nazionalismo».

Negli anni Novanta del XX secolo la Lega attecchì nel Lombardo-Veneto di forte tradizione cattolica, bacino dei voti Dc, terreno di coltura della protesta in nome di un federalismo che aveva come bersaglio «Roma ladrona», che succhia le ricchezze della periferia. Merita ricordare che schierata contro la secessione leghista, minacciata da Umberto Bossi, e a difesa dell’unità d’Italia si schierò la Chiesa. Personalmente raccolsi le voci di sei vescovi contrari ai separatismi: Carlo Maria martini (Milano), Camillo Ruini (Roma e presidente della Cei), Giuseppe Agostino (Crotone), Attilio Nicora (Verona), Bruno Foresti (Brescia) e Giovanni Saldarini (Torino) che mi disse: «Nessuna benedizione può venire dai vescovi alla Lega perché corrisponderebbe alla legittimazione del particolarismo». Quando la Lega sparò a zero sulla Chiesa e minacciò di tagliare l’8 per mille, il cardinale Ruini, aprendo la Settimana sociale di Torino del 1993, si rivolse ai politici: «Basta insulti e polemiche. Lavorate per il Paese. Sull’immigrazione occorre coniugare accoglienza e repressione».

Sotto i colpi della criminalità e delle ruberie, della corruzione e dell’evasione fiscale, dell’illegalità e del malaffare, della prepotenza e delle conventicole, lo Stato vacilla, il Parlamento balbetta, la classe politica si trincera, la casta difende privilegi e abusi, gli onesti sono indifesi, l’opinione pubblica è furibonda, l’economia arranca, la disoccupazione galoppa. Ma i vaneggiamenti leghisti sulla «secessione» trovano un argine compatto nella Chiesa. L’episcopato chiede la rigenerazione della politica; invita i corrotti a dimettersi; esorta i cristiani a non disperdere il patrimonio comune e a dare un contributo al bene comune di fronte allo scempio della legalità e allo smarrimento degli onesti; è convinto che compito della Chiesa non è fare politica ma denunciare con coraggio il male ovunque si annidi, prima di tutto nelle sue file; liberarsi di compari e affaristi; indicare le strade del bene; chiedere onestà e trasparenza, responsabilità e pulizia; sollecitare la salvaguardia dell’occupazione e delle politiche sociali; pungolare il rinnovamento di partiti, sindacati, imprese.

Pier Giuseppe Accornero