Peregrinatio Mariae: un documento storico

«A Milano, da dove vi scrivo, si comincia domani (11 maggio) la “Peregrinatio Mariae”. Tre statue della Madonna andranno in pel­legrinaggio alle 900 parrocchie milanesi per richiamare le popo­lazioni attorno alla Mamma benedetta. Anche noi potremmo fare così. Un buon gruppo di sacerdoti diocesani ha presentato questo voto. Io lo appoggio di tutto cuore e mi auguro di attuarlo al più presto». Settant’anni fa, il 10 maggio 1947, il vescovo Giuseppe Angrisani scriveva alla diocesi, probabilmente impegnato nella predicazione a Milano. Casale Monferrato è la prima diocesi subalpina a celebrare la «Pe­regrinatio».

Sulla spinta del «Grand retour», il pellegrinaggio mariano francese del 1938-46, la «Peregrinatio» approda in Italia. Nel prezioso volumetto «Madonna Pellegrina 1946-1951. Frammenti di cronaca e di storia» spiega lo storico don Giuseppe Tuninetti: «I vescovi del Piemonte si incontravano una volta all’anno, sotto la presidenza del cardinale arcivescovo Maurilio Fossati, presso il santuario della Consolata. Dagli ordini del giorno e dai verbali di quegli anni non si riscontra nessun riferimento alla Madonna Pellegrina. Segno che tra i vescovi c’era stato un tacito accordo che in tale iniziativa ciascuno procedesse come meglio riteneva opportuno. Così avvenne in ordine sparso nel quadriennio 1947-51».

La «Peregrinatio» inizia a Udine (1946-49) e Milano (1947-49) e passa in Piemonte: Casale Monferrato (15 novembre 1947-8 agosto 48); Vercelli (gennaio 1948-settembre 49); Fossano (febbraio-maggio 1948); Alessandria (marzo-maggio 1948); Asti (marzo 1948-aprile 49); Aosta (marzo-maggio 1948); Novara (maggio 1948-giugno 50); Susa (Pasqua-giugno1948); Alba (aprile 1948-novembre 49); Torino (27 maggio-29 ottobre 1950); Ivrea (luglio 1948-giugno 49); Cuneo (luglio-settembre 1948); Mondovì (febbraio-settembre 1949); Biella (marzo-luglio 1949); Saluzzo (marzo-luglio 1949); Pinerolo (giugno-settembre 1949); Acqui Terme (marzo-ottobre 1951).

Si comincia dalla Cattedrale di San’Evasio il 15 no­vembre 1947, tre giorno dopo la festa patronale. La statua è la riproduzione, dello scultore Carlo Maria Maggia, della statua lignea della Madonna di Crea: da Frassineto Po a Forneglio tocca tutte le 145 parrocchie. La sosta, preparata da un triduo di predicazione, dura 24 ore e «ha il momento più suggestivo – scrive Tuninetti – nella funzione di mezzanotte che spesso si prolunga con una veglia fino al mattino. Il calendario contempla interruzioni nelle festività litur­giche più importanti, nel periodo invernale più freddo, nella mietitura e nella vendemmia e per le elezioni politiche del 1948».

Si conclude a Crea nel Congresso mariano diocesano (1°-8 agosto1948) nel quale si alterna­no come oratori il casalese di Lu Evasio Colli, vescovo di Parma e già assistente generale dell’Azione Cattolica (1939-44); padre Felicissimo Stefano Tinivella, provin­ciale dei Minori Francescani, futuro vescovo di Diano-Teggiano in Campania e poi coadiutore del card. Fossati a Torino; mons. Giuseppe Angrisani, grande predicatore. In una lettera, a fine 1948, scrive: «Ringraziamo il Signore per il dono immenso della “Peregrinatio Mariae” che è stata una vera fioritura di grazia. Ringraziamolo per l’esito delle elezioni, che hanno dimostrato la protezione visibile della Madonna, l’efficienza dell’Azione Cattolica, la necessità e il valore dell’unione di tutte le forze cristiane. Le elezioni del 18 aprile hanno conservato il volto e lo spirito cristiano all’Italia». Anche i risultati pastorali sono molto positivi, come scrive Angrisani nella lettera pastorale «I fiori della Madonna» del feb­braio 1949: «Il passaggio della Madonna ha segnato una fioritura di fede ed entusiasmo, di preghiere e canti, di guarigioni e conversioni, di opere buone, di fatti commoventi, di pacificazione di animi, di sereno ritorno a Dio».

Il Partito comunista spara a zero sulla «Peregrinatio» perché non digerisce la sconfitta del Fronte popolare Pci-Psi il 18 aprile 1948 e la vittoria della Democrazia cristiana grazie al determinante appoggio dei Comitati civici di Luigi Gedda. Il giornale del partito «l’Unità» pubblica falsità e denigrazioni: «Cappellani del lavoro e Madonne gettati a corpo morto nella battaglia. Un giorno le fanno muovere un dito, un altro un braccio, un altro le fanno volgere in giro gli occhi. Nelle grandi occasioni mettono in movimento tutto il corpo». Secca la replica de «La Voce del Popolo», settimanale della diocesi di Torino: «Trionfo della Madonna Pellegrina sulle spalle degli operai. Un giornale aveva scritto di una certa ostilità che i socialcomunisti avevano organizzato contro la Madonna. Ma le maestranza non solo osannarono la Madonna ma la volevano trattenere».

La visita alla Fiat Mirafiori di Torino accende una battaglia campale tra i giornali. «l’Unita» scrive: «I lavoratori hanno accolto con notevole indifferenza la cosiddetta Madonna Pellegrina». Opposta la versione del democristiano «Il Popolo Nuovo»: «Gli operai fecero ala battendo le mani, segnandosi o guardando con rispettosa curiosità la grande statua. Alla palazzina degli impiegati una folla imponente circonda la statua». «La Voce del Popolo» aggiunge: «Ci vuole una buona faccia tosta a parlare di “notevole indifferenza”».

L’argomento è frainteso da giornalisti e storici marxisti e laicisti. Un testo del 2010 di Anna Bravo dimostra che i luoghi comuni sono duri a morire: «La Madonna Pellegrina evoca immediatamente le elezioni del 18 aprile 1948, la crociata anticomunista della Chiesa, statue sfolgoranti, apparizioni miracolose e folle in estasi: i simboli dell’Italia povera, bigotta, preda del cattolicesimo romano e della riscossa anti secolarizzazione».

Scrisse mons. Franco Peradotto, storico direttore de «La Voce del Popolo»: «L’esperienza religiosa fu voluta da Pio XII come contributo alla pacificazione degli italiani e come occasione per accogliere coloro che tornavano dai fronti, dalla prigionia e dai campi di concentramento. Ha avuto molte manifestazioni popolari, celebrazioni pacifiche e costruttive, ben più producenti delle manifestazioni di piazza in cui si coltivava l’odio di classe mentre le vendette seminavano di morti l’Italia».

Pier Giuseppe Accornero