Papa Francesco ai sindacati: “Il lavoro non è una merce, centralità della persona”

Il lavoro non è una merce; deve essere al servizio della persona; va articolato attraverso un modello di sviluppo sostenibile che faccia leva sulla «solidarietà universale di tutti i popoli». Questo sostiene Papa Francesco rivolgendosi il 24 novembre 2017 ai sindacalisti di vari Paesi impegnati in Vaticano nella conferenza internazionale organizzata dal Dicastero per lo sviluppo umano integrale «Dalla “Populorum progressio” alla “Laudato si’”. Il lavoro e il movimento dei lavoratori al centro dello sviluppo umano integrale, sostenibile e solidale? Il prefetto del dicastero, il cardinale ghanese Peter Kodwo Appiah Turkson, accoglie i sindacalisti tra i quali i segretari generali di Cgil Susanna Camusso, Cisl Annamaria Furlan e Uil Carmelo Barbagallo e molti argentini impegnati in questi mesi sulla riforma del lavoro del governo di Mauricio Macri.

Il lavoro – spiega Francesco – «è la chiave di tutta la questione sociale ed è la leva per lo sviluppo spirituale. Poiché Gesù trascorre la maggior parte della vita al lavoro manuale presso un banco di carpentiere, ogni lavoratore è la mano di Cristo che continua a creare e a fare il bene. Non è quindi una merce né un mero strumento della catena produttiva». I sindacati, nelle lotte per rivendicare i diritti dei lavoratori, hanno imparato «ad affrontare una mentalità utilitaristica, di corto raggio e manipolatrice per la quale non importa se c’è degrado sociale e ambientale, non importa che cosa si usa e che cosa si scarta. Importa solo il guadagno immediato e tutto si giustifica in funzione del dio denaro».

Come sempre, Francesco non ha peli sulla lingua: «Occorrono persone che lavorino senza sosta per dare vita a processi di dialogo a tutti i livelli. Affinché il dialogo sia fruttuoso è necessario partire da ciò che abbiamo in comune. Questa è la base per rinnovare la solidarietà universale di tutti i popoli». Esorta a uscire da un’economia che ha per centro il mercato e la finanza per prediligere un modello in cui l’attività umana sia il centro. Per dare forma a questo sistema «i sindacati e i movimenti di lavoratori per vocazione devono essere esperti in solidarietà».

«L’ardente brama di novità, che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine dell’economia sociale». Quando 126 fa, il 15 maggio 1891, Leone XIII promulga l’enciclica «Rerum novarum», aveva davanti agli occhi una società in tumultuoso cambia­mento che sfuggiva alla guida e al con­trollo della Chiesa. Gli operai erano l’immagi­ne di un mondo che, uscito dalla società rurale, entrava in un’epoca sconosciuta. Centrale era la preoccupazione di proteggere le persone che venivano sfruttate in maniera vergognosa. A fine Ottocento la massiccia industrializzazione provoca una moltitudine immensa di proletari, uomi­ni, donne e bambini che, per so­pravvivere, vendono se stessi e il loro lavo­ro senza alcuna protezione, con sala­ri da fame, umiliazioni e sfruttamento, povertà materiale e morale. Masse appannaggio del socialismo, la cui condanna è uno degli aspetti centrali della «Rerum novarum».

Ottant’anni dopo «Il progresso (lo sviluppo) dei popoli è il nuovo nome della pace» nella Pasqua, 26 marzo 1967, Paolo VI promulga la «Populorum progressio», prima enciclica sociale dopo i documenti roncalliani «Mater et magistra» (1961) e «Pacem in terris» (1963), dopo il Concilio (1962-65) e la «Gaudium et spes» (1965). Molti fenomeni sconvolgono il mondo: decolonizzazione specie in Africa, «guerra fredda», proliferazione delle armi atomiche, guerra in Viet­nam, promessa (del 1960 e mai mantenuta) di destinare l’1 per cento del reddito dei Paesi ricchi per lo sviluppo dei poveri, aumento vertiginoso delle creature che patiscono fame, malattie, mancan­za di lavoro e di una casa. È la vigilia del Sessantotto.

Paolo VI scrive: «Ogni azione sociale implica una dottrina. Il cristiano non può ammettere quella che suppone una filosofia materialistica e atea, che non rispetta né l’orientamento religioso della vita, né la libertà e la dignità umana». Il monito «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace» e la profezia sulla «collera dei poveri» sono di mezzo secolo fa, ma sono di un’attualità sconvolgente: sui 7 miliardi e mezzo di abitanti della Terra, 900 milioni vivono nell’abbondanza, 3,5 miliardi languono con meno di due dollari al giorno e 1,5 miliardi si spengono con meno di un dollaro. Paolo VI invitava all’azione comune per lo sviluppo che «non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo».

Nella «Laudatosi’» (24 maggio 2015) Francesco invita a «non sostituire il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggia se stessa. Il lavoro è una necessità. Aiutare i poveri con il denaro deve essere sempre un rimedio provvisorio. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro ma il progresso tecnologico è finalizzato a ridurre i costi di produzione diminuendo i posti di lavoro, che vengono sostituiti dalle macchine».

Pier Giuseppe Accornero