Papa Francesco: viaggio in Myanmar e Bangladesh

Papa Francesco visita (26 novembre-2 dicembre 2017) un Paese a maggioranza buddista e uno quasi totalmente musulmano: in entrambi i cattolici sono una piccola minoranza. Myanmar su 51 milioni e 790 mila abitanti i cattolici sono 659 mila (1,27 per cento), 16 diocesi con 22 vescovi, 384 parrocchie con 888 preti, 1.961 suore, 601 missionari laici, 3.056 catechisti. Bangladesh: su 158 milioni e 998 mila abitanti i cattolici 375 mila (0,24%); 8 diocesi con 12 vescovi; 374 parrocchie con 372 preti, 1.269 suore, 1.427 missionari laici, 1.200 catechisti.

Dopo la Corea ( 2014), lo Sri Lanka e le Filippine (2015) il Papa in Estremo Oriente: per la prima volta in Myanmar (ex Birmania) dalla fragile democrazia e con il dramma dei Rohingya, minoranza musulmana discriminata e perseguitata: più di mezzo milione sono stati costretti a rifugiarsi in Bangladesh dove andò Paolo VI nel 1970 – quando non esisteva lo Stato indipendente e Dacca era nel Pakistan orientale – e poi Giovanni Paolo II nel 1986.

Myanmar sotto la dittatura di Ne Win, che ha dominato con il pugno di ferro per 26 anni, nell’ottobre 1982 vara una legge sulla cittadinanza che discrimina soprattutto i Rohingya, musulmani bengalesi illegali, che vogliono uno Stato islamico. Il governo, alla vigilia dell’arrivo, sigla un’intesa con il Bangladesh per il ritorno di migliaia di profughi. Francesco incontra i vertici militari responsabili della persecuzione dei Rohingya e che hanno in mano tre ministeri chiave: Difesa, Interni, Frontiere. La nuova capitale Nay Pyi Taw, costruita dal nulla, è una «città proibita» ai giornalisti occidentali con strade a dieci corsie per l’atterraggio e il decollo degli aerei e con un fossato attorno ai palazzi del potere.

«Love & Peace» e «Harmony and Peace» i motti. Francesco incontra e incoraggia il piccolo gregge dei cattolici e lancia un messaggio di pace e dialogo. A 17 capi religiosi buddisti, islamici, indù, ebrei, cattolici e cristiani di varie confessioni dice: «Uniti non vuol dire uguali. L’unità non è uniformità, anche nella stessa confessione. Ognuno ha i suoi valori, le sue ricchezze, le sue tradizioni da condividere. La pace e l’unità si costruiscono nel coro delle differenze». La tendenza mondiale verso l’uniformità «uccide l’umanità e questa è colonizzazione culturale». Esorta a costruire come fratelli questo Paese: «Non abbiamo paura delle differenze. Uno è nostro padre. Siamo e restiamo fratelli. Solo in questo modo si costruisce la pace».

«Vorrei abbracciare tutta la popolazione» dice alle autorità: «Vorrei incoraggiare coloro che lavorano per costruire un ordine sociale giusto, riconciliato e inclusivo». La «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» è la base per «promuovere nel mondo la giustizia, la pace, lo sviluppo e per risolvere i conflitti mediante il dialogo e non con la forza». Ribadisce: «Le differenze religiose non devono essere fonte di divisione e di diffidenza ma una forza per l’unità, il perdono, la tolleranza e la costruzione del Paese». Occorre investire sulla formazione dei giovani all’onestà, integrità e solidarietà «per il consolidamento della democrazia e della crescita dell’unità e della pace». Le religioni hanno un ruolo privilegiato: «Aiutare ad estirpare le cause del conflitto, costruire ponti di dialogo, ricercare la giustizia ed essere voce profetica per quanti soffrono». Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la pace, assicura in italiano: «Santità, continuiamo a camminare insieme con fiducia».

Francesco incontra il supremo Consiglio Sangha dei monaci buddisti – «Una importante occasione per rinnovare e rafforzare i legami di amicizia e un’opportunità per affermare il comune impegno per la pace, il rispetto della dignità umana e la giustizia per ogni uomo e donna. Non solo in Myanmar, ma in tutto il mondo le persone hanno bisogno di questa comune testimonianza». Esemplifica: «Quando parliamo con una sola voce affermando i valori perenni della giustizia, della pace e della dignità fondamentale, offriamo una parola di speranza. Aiutiamo i buddisti, i cattolici e tutte le persone a lottare per una maggiore armonia». Di fronte alle ingiustizie, alle disuguaglianze, alle ferite dei conflitti, alla povertà e all’oppressione, non dobbiamo rassegnarci». Elogia la gente del Myanmar, formata dagli insegnamenti del Buddha ai valori di pazienza, tolleranza e rispetto della vita, a una spiritualità attenta e rispettosa della «casa comune» dell’ambiente.

La grande sfida è aiutare le persone ad aprirsi al trascendente – «È responsabilità particolare dei capi civili e religiosi assicurare che ogni voce venga ascoltata in modo che le sfide e i bisogni possano essere compresi e messi a confronto in uno spirito di imparzialità e solidarietà». Francesco assicura che la  Chiesa cattolica «è una compagna disponibile perché la giustizia e la pace possono essere raggiunte solo quando sono garantite per tutti. A nome dei miei fratelli e sorelle cattolici, esprimo la disponibilità a camminare con voi e a seminare semi di pace, compassione e  speranza».

Pier Giuseppe Accornero