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Guerra nucleare, Papa Francesco come Papa Giovanni: “I governanti non siano sordi al grido dell’umanità”

«Supplichiamo i governanti a non restare sordi al grido dell’umanità» (1962). «L’umanità rischia il suicidio per le armi nucleari» (2017).

Cinquantacinque anni fa, pochi giorni dopo l’apertura del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962), il mondo minacciò di sprofondare nella guerra nucleare. Erano gli anni della «guerra fredda». Nella notte del 13 agosto 1961 le truppe sovietiche costruiscono il Muro di Berlino che spacca la città in due: Il Muro sarà abbattuto 28 anni dopo, nel 1989. Sempre nel 1961 il segretario del Partito comunista sovietico Nikita Krusciov annuncia la ripresa degli esperimenti nucleari, il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy replica con analoga decisione: prove atomiche nel sottosuolo e in laboratorio.

Nell’ottobre 1962 la crisi dei missili sovietici a Cuba porta l’umanità sul baratro. Il braccio di ferro inizia il 16 ottobre quando la Cia segnala a Kennedy l’installazione a Cuba di testate sovietiche in grado di colpire gli Stati Uniti. Il presidente riunisce l’unità di crisi per decidere risposte appropriate. Il Pentagono preme per il bombardamento delle basi ma il presidente opta per una misura meno drastica.

Il 22 ottobre Kennedy denuncia la dislocazione di missili, aerei e basi nell’isola e ordina il blocco aeronavale di Cuba. L’Us Navy pattuglia le acque per perquisire le navi russe e costringerle a invertire la rotta se trasportano materiale bellico. Il 25 l’ambasciatore americano all’Onu Adlai Stevenson, in una drammatica riunione del Consiglio di sicurezza, inchioda l’ambasciatore sovietico Valerian Zorin: «Lei nega che l’Urss abbia collocato e stia collocando missili a Cuba? Sì o no? Non aspetti la traduzione. Lei nega l’esistenza di queste rampe? Sono pronto ad aspettare la sua risposta finché l’inferno si sarà congelato e sono pronto a presentare le prove». Compaiono le foto riprese dai satelliti americani delle rampe missilistiche e delle navi in rotta verso l’isola: sui ponti i missili sono nascosti da teloni.

Krusciov invia a Kennedy due lettere. Nella prima si dice pronto al ritiro delle testate se gli Usa si impegnano a garantire l’integrità territoriale dell’isola. Nella seconda subordina la rimozione ad analoga decisione americana: chiudere le basi Nato in Turchia. Robert Kennedy, fratello del presidente e ministro della Giustizia, propone una via d’uscita: ignorare la seconda missiva e rispondere alla prima. Bob si reca dall’ambasciatore sovietico per un chiarimento e prende contatto con la Santa Sede attraverso Norman Cousins, un cattolico, direttore del «Saturday Review».

Il mondo è col fiato sospeso. Grazie a un fitto lavorìo Papa Giovanni riceve assicurazioni da Washington e da Mosca che un suo intervento non è sgradito. Il segretario mons. Loris Francesco Capovilla, testimone degli eventi, parla di «mediazione papale sui generis». Nella notte tra il 23 e il 24, con il sostituto della Segreteria di Stato mons. Angelo Dell’acqua, il Papa stende un messaggio ai Grandi. Ogni tanto si alza  e va in cappella a pregare. È un appello stupendo e accorato: «La mano sulla coscienza, coloro che portano la responsabilità del potere ascoltino il grido di angoscia che, da tutti i punti della Terra, dai fanciulli innocenti ai vecchi, dalle persone alle comunità, sale verso il cielo: pace! pace! Rinnoviamo questo solenne invito. Noi supplichiamo tutti i governanti di non restare sordi a questo grido dell’umanità. Facciano tutto quello che è in loro potere per salvare la pace. Eviteranno così al mondo gli orrori di una guerra di cui non è possibile prevedere le terribili conseguenze».

Il 24 in un discorso ai pellegrini portoghesi Giovanni elogia gli uomini di Stato che cercano di evitare la guerra. Il messaggio è consegnato alle ambasciate sovietica e statunitense presso la Repubblica italiana: il Vaticano non aveva rapporti diplomatici con Usa e Urss. Il 25 il testo è divulgato dalla «Radio Vaticana». Il 26 la «Pravda», organo del Partito comunista sovietico, dedica un articolo al Papa attribuendogli il merito di aver salvato la pace con un titolo che ne riporta le parole: «Noi supplichiamo tutti i governanti a non restare sordi al grido dell’umanità». È il segnale che Krusciov approva. È il disgelo: la strada delle trattative è aperta. Il Papa dà la notizia all’Angelus del 28 ottobre: «La parola del Vangelo non è muta: essa risuona da un capo all’altro del mondo e trova la via del cuori». L’umanità tira un respiro di sollievo. L’olocausto nucleare è scongiurato.

Come Giovanni XXII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, Papa Francesco fa del disarmo nucleare e convenzionale un impegno globale. «Spendere in armi nucleari dilapida la ricchezza delle nazioni e i poveri che vivono ai margini della società ne pagano il prezzo» (dicembre 2014). «Un’etica di fraternità e coesistenza non può basarsi sulla logica della paura, della violenza e della chiusura, ma sulla responsabilità, sul rispetto e sul dialogo. Rivolgo un appello per il disarmo, la proibizione e l’abolizione delle armi nucleari» (gennaio 2017. «L’obiettivo dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa una sfida un imperativo morale e umanitario» (marzo 2017). «Impegniamoci per un mondo senza armi nucleari, applicando il Trattato di non proliferazione per abolire questi strumenti di morte» (settembre 2017). «Oggi siamo al limite della liceità di avere e usare le armi nucleari, con l’arsenale così sofisticato si rischia la distruzione dell’umanità o di gran parte di essa. Pensiamo alla distruzione di Hiroshima e Nagasaki» (2 dicembre 2017).

Pier Giuseppe Accornero

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