La guerra dei bottoni

La Guerra dei bottoni è, inizialmente, il titolo di un fortunato romanzo di Pergaud, uscito ai primi del Novecento, dal quale sono stati poi molto liberamente tratti due film di successo.

La trama in breve (cito, più o meno testualmente, Wikipedia):

Nella campagna francese c’è una guerra in corso tra i ragazzi di Longeverne, i caimani, e quelli di Velrans, i falchi. Si combatte nel bosco, a fine scuola, per motivi che non si sanno, ormai dimenticati. Attacchi a sorpresa, rapimenti e strategie militari: i ragazzi ogni giorni lottano, cadono, si sporcano, fanno prigionieri e vengono fatti prigionieri. Ma non sono semplici prigionieri perché a fine guerra vengono liberati, ma non prima di aver loro tolto i bottoni, per tenerli come trofeo di guerra. Gli sfortunati ritornano a casa con i calzoni in mano, rassegnati nell’attesa della punizione che li attende a casa, molto spesso più violenta della battaglia appena finita.

Libro sicuramente per ragazzi, ma con significati e allegorie più profondi. Le guerre, anche quelle vere, a volte, nascono per motivi insignificanti o magari sconosciuti, per esempio.

Il romanzo finisce bene, anche se l’ultima frase recita: “E dire che quando saremo grandi, diventeremo anche noi bestie come loro.”

Ecco, al termine di questo sfoggio di erudizione veniamo all’altra guerra dei bottoni, quella che rischia di finire male, quella, cioè, scatenata negli ultimi giorni dal dittatore nord coreano, che ha trionfalmente annunciato che il programma nucleare del suo Paese è finalmente terminato e che sulla sua scrivania c’è ora il bottone che potrebbe scatenare la guerra atomica.

Ora, facendo i debiti scongiuri, in primo luogo io mi auguro che una guerra del genere venga scatenata ( se proprio dobbiamo…) da un qualcosina di più complesso di un semplice bottone che potrebbe anche essere pigiato per sbaglio, per un colpo di sonno o magari solo per chiamare la segretaria per un caffè.

Ma la cosa ancora più preoccupante è stata la reazione del Presidente USA che, alla infelice frase  dell’asiatico, invece di glissare elegantemente o tentare ulteriori vie diplomatiche (come sta saggiamente facendo proprio in questi giorni la Corea del Sud) ha prontamente replicato che anche lui ha sulla scrivania il famigerato bottone, precisando pure (già che c’era…), che anzi il suo bottone è più grosso e soprattutto “funziona”.

Non voglio ora entrare nel merito di questo dibattito ad altissimo livello, che ha ovviamente scatenato similitudini pecorecce e facili ironie, ma… insomma, mentre il dittatore di Pyongyang ci ha ormai abituato a simili boutade, penso che fosse lecito aspettarsi almeno dal Presidente del più grande e potente Paese del mondo, un sedicente genio (dichiarazioni recentissime) che se non erro siede nello stesso studio che fu, per dire, di Roosevelt o di J. F. Kennedy, qualcosina di diverso e, soprattutto, di meglio.

Vero è però che non c’è mai limite al peggio, e che forse siamo noi gli ingenui ad aspettarci sempre chissà cosa da questi “grandi” personaggi…

Gian Luca Lamborizio