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Paolo VI santo entro il 2018⁩

«Paolo VI sarà santo entro l’anno» confida Papa Francesco il 15 febbraio 2018 ai parroci e sacerdoti della diocesi di Roma. La canonizzazione avverrà, con ogni probabilità, durante il Sinodo dei vescovi convocato a Roma il 3-28 ottobre 2018 sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Così la beatificazione avvenne il 19 ottobre 2014 alla conclusione del Sinodo straordinario sulla famiglia (5-19 ottobre) e nell’omelia Papa Bergoglio definì il suo predecessore «grande Papa, instancabile e coraggioso apostolo nella sua umile e profetica testimonianza di amore a Cristo e alla Chiesa». Ai parroci romani nella basilica di San Giovanni in Laterano dice: «Ci sono due recenti vescovi di Roma già santi (Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, n.d.r.). Paolo VI sarà santo quest’anno. Uno con la causa di beatificazione in corso, Giovanni Paolo I, la sua causa è aperta». E aggiunge scherzando: «Benedetto e io, in lista di attesa: pregate per noi».

Secondo il Papa «per Paolo VI il pontificato fu un martirio». Lo confidò ai vescovi bresciani, e Montini (1897-1963) era bresciano: «Per la cerimonia dovrei indossare una veste rossa come il sangue invece che bianca, perché il suo pontificato fu un vero martirio e le incomprensioni fecero di Montini un martire». Tra quei vescovi bresciani c’era mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina, assistente nazionale dell’Azione Cattolica, presidente della commissione Cei per il laicato e presidente del Centro di orientamento pastorale (Cop).

Un’opinione, quella del martirio, condivisa da padre Bartolomeo Sorge, eminente gesuita novantenne, direttore de «La Civiltà Cattolica» ai tempi di Paolo VI. Intervistato da Bruno Quaranta su «La Stampa» del 9 febbraio scorso, padre Sorge dice: «Nel Novecento fu il Papa più grande, come santità di vita e come modernità di pensiero. Un pontificato crocifisso e irto di ostacoli. Ha avuto il merito di salvaguardare il Concilio Vaticano II, di non spegnere il roveto ardente. La sua è una Chiesa nel mondo ma non invasa dal mondo. Aveva la scelta religiosa come bussola».

L’eredità montiniana è soprattutto il Vaticano II (1962-1965) e le sue riforme, che incontrarono resistenze e incomprensioni. Eletto Papa il 21 giugno 1963 prende in mano il Concilio con vigore e tenacia – ha una volontà ferrea dietro un viso assorto e un corpo fragile –, ne fissa programmi, metodo di lavoro, agenda in quattro punti: più chiara autocoscienza della Chiesa; suo radicale rinnovamento; unità dei cristiani; dialogo a tutto campo con l’umanità. Un progetto innovatore: ecclesiologia comunionale, collegialità episcopale, riforma liturgica, Parola di Dio restituita al popolo, ecumenismo e confronto con le religioni, libertà religiosa. Personalità forte e riflessiva, Montini è disponibile all’ascolto e aperto al dibattito, ma vuole garantirsi che le decisioni dei padri conciliari non entrino in rotta di collisione con le sue convinzioni. Non è un teologo speculativo, tanto meno «un martello degli eretici»; non è un canonista ma un finissimo diplomatico e un grande pastore: lo dimostra da arcivescovo quando promuove la «grande missione di Milano». Si definisce «un indagatore dell’esistenza umana e un iniziato alle sottili e profonde fenomenologie dello spirito».

Il Concilio non promulga dogmi e non scaglia condanne. Quattro le sessioni: la prima (11ottobre-8 dicembre 1962) con Giovanni XXIII non promulga alcun documento; le altre tre con Paolo VI: 29 settembre-4 dicembre 1963 con «Sacrosanctum Concilium» sulla liturgia e «Inter mirifica» (media); 14 settembre-21 novembre 1964 con «Lumen gentium» (Chiesa), «Orientalium Ecclesia» (Chiese orientali), «Unitatis redintegratio» (dialogo ecumenico); 14 settembre-8 dicembre 1965 con «Christus Dominus» (vescovi), «Perfectae Caritatis» (religiosi), «Optatam totius» (formazione sacerdotale), «Gravissimum educationis» (educazione e scuola), «Nostra aetate» (libertà religiosa e dialogo con le altre religioni), «Dei Verbum» (Bibbia), «Apostolicam actuositatem» (laici), «Ad gentes» (missioni), «Presbyterorum ordinis» (sacerdoti), «Gaudium et spes» (Chiesa nel mondo).

Paolo VI vive il «lungo autunno» della contestazione ecclesiale dopo la promettente «primavera» del Concilio. Il 29 giugno 1972 Montini esce in una drammatica lamentazione: «Sembra che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. Non ci si fida più della Chiesa, ma del primo profano che viene a parlarci da qualche giornale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera

vita. Si credeva che dal Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole e tempesta, buio e incertezza. Predichiamo l’ecumenismo e ci distacchiamo dagli altri, scaviamo abissi invece di colmarli».

Quattro anni fa, dopo la beatificazione del 2014, una mamma andò al santuario della Madonna delle grazie a Brescia per chiedere l’intercessione di Montini: rischiava di perdere la figlia per una grave patologia. Invece la bimba nacque sana. È il miracolo che schiude la canonizzazione. Scrisse «La Voce del Popolo», settimanale della diocesi di Brescia: «Il miracolo attribuito all’intercessione di Giovanni Battista Montini circa la guarigione di un feto, al quinto mese della gravidanza, è stato approvato. La mamma in attesa, della provincia di Verona, era a rischio di aborto per una patologia che avrebbe potuto compromettere la vita del piccino e della madre. Nascerà una bambina a tutt’oggi in buona salute». Cinquant’anni fa, il 25 luglio 1968, Paolo VI promulga l’enciclica «Humanae vitae» disattendendo le attese di molti cattolici in un’apertura sulla contraccezione e scatenando furibonde contestazioni.

Ai giovani Paolo VI indirizzò una vibrante omelia nella domenica delle Palme 1975: «Il mondo contemporaneo vi apre nuovi sentieri, e vi chiama portatori di fede e di gioia. Portatori delle palme, simbolo d’una primavera nuova, di grazia, di bellezza, di poesia, di bontà e di pace. Non indarno, non indarno: è Cristo per voi; è Cristo con voi! Oggi e domani; Cristo per sempre».

Pier Giuseppe Accornero

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