«Cambiare di paradigma». Già, ma partendo da dove e con quali percorsi?

In riflessioni autorevoli, a casa nostra e fuori d’Italia, compaiono, anche di recente, inviti a cambiare di paradigma. Nell’economia come nella politica, nel welfare come nella tutela dell’ambiente, si auspica o si chiede un mutamento radicale di regole, di prospettive di visuale, di comportamenti. Talvolta questa espressione, anche per la frequenza con cui ricorre, sembra quasi una formula di stile, largamente usata ormai fuori dal suo campo originario, quello delle scienze cosiddette esatte.

Essa va dunque riempita con la considerazione dei percorsi che permettano, appunto, il cambio di paradigma.

In questi giorni, due occasioni piemontesi, di periferia, mi hanno confermato la bontà di tale approccio. La prima a Vercelli, un incontro sulla beatitudine della “fame e sete di giustizia”, con don Virginio Colmegna e Nando Dalla Chiesa; la seconda ad Alessandria, l’avvio dei tradizionali Martedì di Quaresima, con Luciano Valle sulla enciclica Laudato si’. Occasioni unificate sia dalla circostanza che, tra i promotori, significativamente figurava, in entrambe, il Meic (un movimento di intellettuali cattolici da sempre attento ai mutamenti), sia dall’omogeneità dell’approccio, pure nella diversità dei temi.

Si tratti di reagire alle ingiustizie brucianti e alle diseguaglianze crescenti, agli assalti alla legalità e alle ragnatele corruttive, o ancora di far fronte alle prospettive di un collasso ecologico planetario, per un cambio di paradigma servono sia un punto di partenza, sia percorsi condivisi. Sotto il primo profilo, richiamo un atteggiamento su cui il Papa in questi anni ha insistito molto: avere “uno sguardo contemplativo”, “sostare sulle cose”. Non è un modo per sfuggire alla complessità dei problemi: comporta, ed è il secondo profilo, la valorizzazione delle relazioni interpersonali, le quali vengono, in ogni settore, prima delle prestazioni, come la qualità del coinvolgimento viene prima dell’efficienza dell’agire.

Anche sulla giustizia, per stare nei limiti della nostra rubrica, cambio di paradigma e valorizzazione delle relazioni interpersonali vanno di pari passo: si devono invocare nuove norme e cambiamenti nei comportamenti, ma ciò non è sufficiente. Occorre la consapevolezza che, a essere decisiva, è la capacità di generare relazioni vitali e virtuose: tra utenti del servizio giustizia e operatori dello stesso (magistrati, personale amministrativo, avvocatura), tra diverse categorie di operatori, e anche, nei limiti in cui sia possibile e senza forzature, tra autore del reato e vittima del medesimo.

Nei messaggi di queste settimane preelettorali, l’invito a cambiare di paradigma non è purtroppo distintamente percepibile. Non che manchino promesse di cambiamenti del Paese, nel suo complesso o di singoli suoi aspetti, ma esse sono logorate dalla frequente improbabilità del verificarsi degli esiti attesi oltre che, talvolta, dalla dubbia affidabilità dei promittenti. Potrebbe giovare una riflessione sul punto di partenza e sul percorso da condividere.

Renato Balduzzi
da Avvenire 22/02/2018 pag. 9