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Al voto. Tra illusioni ottiche e speranze di rafforzamento della democrazia

La legge elettorale ha a che fare con la giustizia?

Se per giustizia intendiamo (anche) l’equilibrio e la ragionevolezza di regole e meccanismi, la risposta è sicuramente affermativa: una legge elettorale “giusta”, e percepita come tale, è una condizione importante della vita democratica. Poiché c’è uno stretto rapporto tra sistema elettorale e forma di governo, ne consegue altresì che la reputazione del primo, la sua “giustizia”, condiziona la bontà della seconda, e dunque la fiducia dei cittadini verso l’assetto istituzionale.

Come valutare allora la legge elettorale vigente per l’elezione di Camera e Senato (n. 165/2017)?

Al netto dei profili di legittimità costituzionale (sui quali il giudice delle leggi non si è sinora espresso, e su cui v’è difformità di opinioni tra i costituzionalisti), non è difficile rilevare in essa taluni aspetti problematici.

Se è vero infatti che la legge sembra fare prevalere sulla cosiddetta governabilità le esigenze di rappresentanza, è altresì vero che anche la valorizzazione di quest’ultima non è senza ombre. Ciò vale per le candidature multiple, la cui possibilità non soltanto rende, in molte situazioni, meramente ipotetica la conoscibilità diretta tra elettore ed eletto, ma altresì vanifica, relativamente alla possibilità di candidatura tanto in un collegio uninominale maggioritario quanto in collegi plurinominali proporzionali, l’effetto proprio delle formule maggioritarie (permettendo anche al candidato sconfitto nel collegio uninominale di essere ugualmente eletto). Vale altresì per la mancata previsione di un secondo voto, anche disgiunto. In questi giorni, le forze politiche insistono perché l’elettore esprima il proprio voto per la lista nel collegio plurinominale, che si trasferisce automaticamente al candidato collegato nel collegio uninominale, anche se eventualmente non gradito o di un partito diverso: così facendo, mettono appunto a nudo l’illusione ottica soggiacente al meccanismo uninominale maggioritario adottato.

Nonostante questi limiti, la legge 165 ci consegna, pure in assenza del voto di preferenza, un impianto proporzionale con una qualche forma di personalizzazione attraverso il collegio uninominale maggioritario: sta dunque all’elettore decidere se valorizzare tale carattere, dando rilievo alle scelte che i partiti hanno fatto per i candidati nel collegio uninominale e orientandosi, per il voto, su questa base.

Altre singolarità sono comparse in queste settimane: coalizioni talvolta apparenti, in quanto divise su punti qualificanti della politica nazionale; liste esaustive di ministri compilate e diffuse prima delle elezioni, ancorché la nostra sia una forma di governo parlamentare e il sistema elettorale sia sostanzialmente proporzionale, che dunque richiede attitudine alle alleanze di governo.

Tutto ciò non annulla il senso dell’espressione del voto, un’occasione qualificata, per ciascuno di noi, di collegamento con la collettività e, dunque, di rafforzamento della democrazia.

Renato Balduzzi

da Avvenire del 1/3/2018 pag. 12

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