Paolo VI e Romero santi⁩

Giovanni Battista Montini, Paolo VI del Concilio, e Oscar Arnulfo Romero y Galdamez, arcivescovo di San Salvador assassinato in odio della fede mentre diceva Messa, saranno proclamati santi. Il 6 marzo 2018 Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione dei decreti sui miracoli. La cosa singolare è che i due prodigi riguardano la vita nascente: per Montini, la conclusione positiva di una gravidanza ad alto rischio, per cui è nata una bambina sanissima; per Romero, la guarigione di una donna in pericolo di morte dopo il parto. In maggio ci sarà il Concistoro per la data ufficiale della canonizzazione. È probabile che per Montini venga scelta una domenica di ottobre durante il Sinodo dedicato ai giovani (3-28 ottobre). Per Romero potrebbe avvenire il 22-27 gennaio 2019 a Panama alla Giornata mondiale della gioventù alla quale si recherà Papa Francesco.

Raccontano che la sera del 24 marzo 1980 quando lo trucidarono, nelle ville dell’oligarchia di San Salvador si festeggiò a spumante la morte del «bastardo prete comunista»; il giornale della destra oligarchica «El diario de hoy» invitò a celebrarlo con musica e tamburi «nel suo nuovo pulpito, visibile solo alle anime»; il maggiore Roberto D’Abuisson, mandante dell’assassinio, andò in televisione a farneticare: «Questi comunisti vestiti da preti hanno organizzato una cosa che si chiama Chiesa popolare, che non è la nostra Chiesa del Vaticano, la Chiesa che è guidata dal Papa, la Chiesa in cui noi crediamo».

«Si me matan resucitaré en el pueblo salvadoreno. Se mi ammazzano risusciterò nel popolo salvadoregno. Come pastore sono obbligato a dare la vita per coloro che amo, anche per quelli che mi vogliono uccidere. Il martirio è una grazia di Dio: se Dio accetta il sacrificio della mia vita, possa il mio sangue essere seme di libertà e speranza per il mio popolo. Perdono coloro che ne saranno la causa. Morirà un vescovo ma la Chiesa di Dio, che è popolo, non perirà mai». Terminata l’omelia della Messa, al momento della consacrazione, è colpito al cuore da un colpo di arma da fuoco. I dittatori militari mettono a tacere la voce che difende poveri e oppressi.

Oscar nasce il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios. Sono gli anni di Pio XII, che nel 1958 istituisce la Pontificia Commissione per l’America Latina.. Fondamentali sono gli studi (1937-1943) all’Università Gregoriana a Roma. Prete dal 4 aprile 1942, tornato a San Salvador, è segretario del vescovo di San Miguel, è parroco e assistente di diverse associazioni. Fedele alla tradizione, è preoccupato per la purezza della dottrina negli anni del Concilio Vaticano II, dei Papi Giovanni XXIII e Paolo VI. Segretario della Conferenza episcopale, nel 1968 partecipa alla II assemblea dell’episcopato latinoamericano a Medellín, in Colombia (24 agosto-5 settembre), inaugurata da Paolo VI, molto attento all’America Latina, che opera «la scelta preferenziale dei poveri» alla luce del Vangelo e della fondamentale enciclica montiniana «Populorum progressio» (25 marzo 1967).

Nel 1971 il teologo peruviano Gustavo Gutiérrez pubblica la «Teologia della liberazione» che si occupa del «non uomo» e che coniuga fede e giustizia. Romero la guarda con sospetto ma nell’esortazione apostolica «Evangelii nuntiandi» (8 dicembre 1975) Paolo VI asserisce che la liberazione evangelica è liberazione da tutte le schiavitù che degradano l’uomo. Non c’è dunque bisogno del marxismo, basta prendere in mano il Vangelo per combattere l’ingiustizia.

Nominato vescovo il 21 aprile 1970, sceglie il motto «Sentire cum Ecclesia». Conservatore, a contatto con il popolo cambia radicalmente, tanto che il cardinale arcivescovo di Milano, il torinese Carlo Maria Martini, lo definisce «vescovo educato dal suo popolo». Dal 1977 i militari, al soldo dell’oligarchia economica e foraggiati dagli americani, attuano in El Salvador una repressione violentissima. Alla fine del 1976 Paolo VI lo sceglie come arcivescovo e primate di San Salvador.

Il 12 marzo 1977 il gesuita Rutilio Grande, suo amico e collaboratore, è assassinato con due «campesinos». È una mattanza: tra il 1977 e il 1980 le Forze armate e gli «squadroni della morte» uccidono cinque sacerdoti, catechisti e delegati della Parola, contadini e sindacalisti, oppositori ed esponenti delle comunità di base. Romero si fa portavoce del popolo perseguitato, denuncia i crimini dei dittatori di fronte ai giornalisti stranieri: «Compito della Chiesa è annunciare la Buona Notizia agli oppressi, è dare una speranza ai poveri». Chiede ripetutamente ai rivoluzionari di abbandonare la violenza e ai militari di cessare la repressione: «Mai abbiamo predicato la violenza, solo la violenza dell’amore che ci lasciò Cristo inchiodato sulla croce».

Il 17 febbraio 1980 assume un’iniziativa senza precedenti: scrive al presidente americano Jimmy Carter e gli chiede di non concedere aiuti alla Giunta militare salvadoregna. Ma la richiesta non è accolta perché gli americani vedono comunisti dappertutto. Domenica 23 marzo celebra la Messa nella basilica del Sagrado Corazón e si appella ai soldati perché non obbediscano a leggi ingiuste e non agiscano contro la legge di Dio. Lunedì 24 marzo mentre celebra Messa nella chiesa dell’ospedale della Divina Provvidenza, gli aguzzini lo sopprimono. Subito lo venerano «San Romero de las Américas».

Papa Benedetto e Papa Francesco devono lottare contro resistenze ma l’assassinio di un vescovo trucidato sull’altare è «martirio in odium fidei», frutto anche dell’odio e delle divisioni nel Paese e nella Chiesa di San Salvador. Ora la canonizzazione in un Paese e in una Chiesa sostanzialmente pacificati. Lo storico Roberto Morozzo della Rocca ribadisce che il vescovo martire non c’entra nulla con lo stereotipo dei «preti guerriglieri della Iglesia popular». Due mesi prima del sacrificio, Paolo VI riceve e conforta il pastore in pericolo. Davanti alla repressione dell’Esercito e dei gruppi paramilitari Romero non fa che applicare al «mattatoio» salvadoregno l’insegnamento dei Padri della Chiesa: «L’oppressione del povero e la frode del salario agli operai gridano vendetta al cospetto di Dio».

Pier Giuseppe Accornero