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La brutta storia del Vinci

Dell’episodio accaduto al Vinci qualche settimana fa ma trapelato solo negli ultimi giorni si è già parlato molto, forse troppo, considerando che i fatti reali si conoscono tuttora assai poco.

Probabilmente è giusto così, soprattutto per il rispetto della privacy dell’insegnante coinvolta suo malgrado, e anche per uno scriteriato effetto di “emulazione” che potrebbe scatenarsi, ma qualche ulteriore considerazione forse ci sta ancora.

Qualcuno, ad esempio, discute se, in questo caso, si possa o meno parlare di “bullismo”. Se per bullismo si intendono azioni di sopraffazione protratte nel tempo, allora in questo caso di bullismo non si può parlare, è vero, ma è altrettanto indubitabile che quanto accaduto è davvero molto grave, comunque lo si possa definire, tanto più se si pensa che vittima, in questo caso, è un’insegnante donna e con capacità motorie ridotte, e quindi ancora più vulnerabile.

Io penso che la Scuola, in generale, possa fare poco per prevenire certi episodi.

Certo, bisogna educare i ragazzi, certo, bisogna insegnare loro l’importanza di valori come rispetto per gli altri, civiltà, educazione, certo, bisogna anche fare loro presenti le conseguenze di certi comportamenti… ma tutte queste cose, credetemi, si fanno già, coinvolgendo spesso anche soggetti esterni (psicologi e forze dell’ordine).

Evidentemente ciò non basta. Fondamentale è allora anche l’azione delle famiglie, ma io voglio credere che la maggioranza dei ragazzi coinvolti in questo episodio abbia avuto, anche a livello familiare, un’educazione valida e solida.

E quindi? Quindi… sicuramente la società sta cambiando, soprattutto stanno cambiando certi valori, e molti esempi che arrivano, anche “dall’alto”, non aiutano.

Mio padre mi raccontava che “ai suoi tempi” (mi viene un po’ da sorridere…) se solo gli studenti avessero osato pensare, non dico mettere in pratica, certi comportamenti, qualche insegnante non avrebbe esitato ad accompagnarli a casa senza far loro toccare terra (e possiamo immaginare come…). Il bello è che il giorno dopo sarebbero tornati a scuola (sempre che nel frattempo non fossero già stati sospesi…), nello stesso modo, questa volta a opera dei genitori. Un bel risparmio di scarpe! Altri tempi, davvero… poi è venuto il ’68.

Che dire? Qualcuno, molto più qualificato di me, tempo addietro diceva che “comprendere tutto è giustificare tutto”. E giustificare tutto, o minimizzare, come qualcuno ha tentato di fare anche in questo caso, non serve a nessuno, neppure agli allievi coinvolti in questa storia molto triste.

E allora, senza dare la patente di delinquente a nessuno, si faccia davvero chiarezza, senza troppi clamori ma anche senza aver timore di coinvolgere tutte le autorità competenti, compresa la Procura per i minori se del caso. Saranno poi le autorità preposte ad assumere i provvedimenti eventualmente necessari. Se non sono stati commessi veri e propri reati, tutto finirà in una giusta archiviazione, ma se reati sono stati commessi (e io mi auguro che così non sia), è giusto che vengano sanzionati.

Mi pare doveroso, almeno per rispetto dell’insegnante che è stata coinvolta e nei confronti della quale devo dire che ho sentito pochi messaggi di solidarietà, ma anche perché deve essere ribadito il messaggio che certi comportamenti non possono essere in alcun modo tollerati.

Gian Luca Lamborizio

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