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Morire per guadagnarsi il pane

Continuano tristemente a susseguirsi le notizie di gravi incidenti sul lavoro, anche mortali. Uno fra gli ultimi è di venerdì mattina, proprio qui in provincia; un operaio che lavorava sulla A21, tra Felizzano e Asti, è stato travolto e ucciso da un’auto. Ma la serie non si ferma.

Ogni attività umana, banale dirlo, comporta dei rischi, più o meno elevati, che si possono ridurre ma mai eliminare del tutto, ma penso che, in ogni caso, si potrebbe e dovrebbe fare di più per tutelare l’incolumità e la salute di chi lavora.

Probabilmente il nostro Paese ha una fra le normative più complete e stringenti in materia, ma un conto è prevedere vincoli e norme “sulla carta”, un altro farli applicare a dovere.

Abbiamo tutti presente come si svolge l’attività in molti cantieri edili, ad esempio; quanti lavoratori indossano regolarmente scarpe antinfortunistiche, guanti e soprattutto il casco regolarmente allacciato?

E sui cantieri stradali, per fare un altro esempio, sono sempre rispettate le norme in materia di segnaletica preventiva?

Per non parlare dei lavoratori esposti troppe volte a fumi ed esalazioni, senza indumenti e maschere protettivi e magari senza essere neppure edotti sui rischi nei quali possono incorrere; le vicende di Casale Monferrato ne sono una triste conferma.

Varie le cause, qualcuna banale, altre meno; fretta di concludere certi lavori, mancata conoscenza della normativa, logica del profitto a ogni costo, crisi economica che spinge a economizzare il più possibile, anche sulle misure di sicurezza, insofferenza, forse, di qualche lavoratore a determinate prescrizioni.

Gli Ispettorati del Lavoro e gli altri organi preposti al controllo soffrono poi, a quanto si dice, di croniche carenze di mezzi e di organici e non sempre riescono a intervenire nella maniera più efficace.

Il risultato è che nell’Italia 4.0, nonostante i discorsi di circostanza e gli impegni generici ogni volta pronunciati e assunti, si continua a morire di lavoro, nell’indifferenza quasi generale.

Gian Luca Lamborizio

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