Settantesimo delle elezioni del 1948

Una campagna elettorale senza esclusione dei colpi, quella di settant’anni fa, per il voto politico del 18 aprile 1948. L’Italia era uscita disastrata dalla guerra voluta dalla dittatura fascista: 7 milioni di italiani senza tetto; milioni di disoccupati; da ricostruire le infrastrutture polverizzate dalla guerra: 2 mila ponti, la rete stradale, le ferrovie, i porti, i canali, le dighe.

La Dc, nata per iniziativa di De Gasperi con l’appoggio di mons. Giovanni Battista Montini, sostituto della Segreteria di Stato, in breve diventa il partito della Chiesa., la quale determina il voto di milioni di cattolici,anche se De Gasperi è un democratico che crede nella libertà, giustizia e nella tolleranza, e cerca di difendere il potere dello Stato dalla ingerenze della Chiesa. Per la Dc è vitale l’appoggio del clero e delle organizzazioni cattoliche e il mondo cattolico si identifica con la Dc che gode dell’appoggio delle gerarchie.

L’Occidente, terrorizzato dai «rossi», il 4 aprile 1948 a Washington firma il Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato), che lega 12 Paesi (oggi 29). Il 14 maggio 1955 i sovietici replicano con il Patto di Varsavia. Il comunismo soffoca l’Europa centro-orientale: Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania orientale, Polonia, Romania, Ungheria. Nella Jugoslavia socialista domina il tiranno Josip Broz Tito. Il dèspota marxistaleninista Enver Hoxha soggioga l’Albania. Nel 1848-49 Mosca sigilla gli accessi di Berlino; Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, con un ponte aereo, trasportano tonnellate di viveri, carbone, medicinali. Nel 1953 trecentomila operai di Berlino Est incrociano le braccia: «Siamo lavoratori, non schiavi». Nel 1956, al grido «Pane e libertà. Via il regime comunista», gli operai di Poznan in Polonia insorgono e la rivolta è repressa dai carri armati del generale sovietico-polacco Konstatin Rokossovsky. Nel 1956 la sollevazione in Ungheria è stroncata dai sovietici: 4 mila morti, migliaia di feriti, 250 mila fuggiti in Occidente. Nel 1961 i comunisti innalzano il Muro di Berlino e per 28 anni hanno il coraggio di chiamarlo «barriera di protezione antifascista».

I socialcomunisti di Palmiro Togliatti e di Pietro Nenni rifiutano l’adesione dell’Italia alla Nato e al Piano Marshall, considerati una trappola dell’imperialismo americano. La Dc e il governo di Alcide De Gasperi vedono come unica via di salvezza stringere l’alleanza con gli Stati Uniti e con i Paesi europei democratici.

La Dc punta sul simbolo, croce bianca su fondo azzurro con la scritta «Libertas». Il Blocco popolare si affida a Giuseppe Garibaldi e un manifesto raffigura De Gasperi che telefona in America e il filo passa per il Vaticano. I democratici ribattono con due manifesti. In uno un pezzo di pane diviso in due, metà prodotto in Italia, metà negli Stati Uniti. Nell’altro manifesto un prigioniero italiano, detenuto in Russia dietro il filo spinato, supplica di non votare comunista: tre anni dopo la fine della guerra l’Urss non aveva ancora rilasciato i prigionieri.

I comunisti dileggiano De Gasperi come «servo degli americani, despota, venduto al capitalismo» e il suo come «il governo dello straniero, della miseria, della reazione, della guerra, agli ordini del Vaticano». Per fronteggiare gli attacchi da sinistra, De Gasperi si impegna a fondo, percorre l’Italia in aereo, treno, auto. La posta è molto alta. Romana De Gasperi, figlia dello statista, racconta che a Torino, in macchina con il padre mentre la folla pressa e grida, le dice: «Osservando queste scene si capisce come un uomo possa credersi pilota insostituibile per il suo popolo e incapace di errori. Capisco Mussolini. È difficile rigettare indietro queste grida di evviva e riuscire a pensare che non sono rivolte alla persona ma a ciò che rappresenta».

Luigi Gedda, presidente della potentissima Azione Cattolica, è incaricato da Pio XII di far vincere la Dc. Punta all’unità politica dei cattolici. L’8 febbraio 1948 fonda i Comitati Civici che in appena due mesi portano la Dc alla schiacciante vittoria. Preti e seminaristi partecipano attivamente alla campagna elettorale: si tratta di una crociata per salvare la religione cattolica e la cultura occidentale dal comunismo. Un manifesto sentenzia: «Nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no»; e un altro: «I comunisti mangiano i bambini». Giovanni Porcellana, futuro sindaco di Torino, racconta: «Alla sera noi giovani andavamo in parrocchia a prendere manifesti della Dc, colla e pennelli, e li attaccavamo ai muri, sfidanto i giovani socialcomunisti. Se temevamo qualche pericolo venivano i nostri preti in maglione e pantaloni».

Il 18 aprile è giornata di massima tensione. La Dc riporta il 39 per cento dei voti e alla Camera totalizza la maggioranza assoluta di 306 seggi (su 574); comunisti 177, socialisti 91, socialdemocratici 33, liberali 31, repubblicani 9, monarchici 6. Per la Dc situazione meno favorevole al Senato: 150 su 342, la maggioranza è di 171 voti e non è raggiungibile senza l’appoggio dei 23 socialdemocratici o dei 22 liberali e repubblicani. La Dc sale da 8.080.664 voti del 2 giugno 1946 (quando si era eletta l’Assemblea costituente) a 12.708.263 (10 per cento). Il Fronte scende da 9.499.563 del 1946 a 8.137.468 (10 per cento).

Il 2 maggio il cuneese Luigi Einaudi, docente di Economia all’Università di Torino, è eletto presidente della Repubblica. Si rompe l’unità antifascista della Resistenza: i liberali e i cattolico-democratici sono moderati e filoccidentali; i socialcomunisti sono filosovietici. Il 24 maggio De Gasperi forma un governo quadripartito Dc-Psdi-Pli-Pri e gli Stati Uniti ci assegnano 600 milioni di dollari. Togliatti il 14 luglio è ferito dal giovane Antonio Pallante ma il Pci tiene a freno la rivoluzione.

Nel settembre 1948 Carlo Carretto, piemontese di Alessandria, organizza – nell’80° dell’Azione Cattolica – l’adunata di 300 mila «baschi verdi» a Roma che cantano: «Bianco Padre, /che da Roma ci sei meta, luce e guida,/in ciascun di noi confida, /su noi tutti puoi contar. /Siamo figli della fede, /siamo araldi della Croce; /al tuo cenno, alla tua voce /un esercito ha l’Altar».

Pier Giuseppe Accornero