Kennedy Robert Bob Francis 50° assassinio a Los Angeles

«I due terzi del mondo vanno a letto affamati. Dobbiamo fare a metà il nostro pranzo con loro». «I posti più caldi nell’inferno sono riservati alla gente troppo tranquilla».

«Vi auguro di cambiar pelle, di svegliarvi negri domani mattina».

Tre frasi nelle quali è riassunta la filosofia di vita e di politica di Robert Francis Kennedy, detto Bob, caduto assassinato cinquant’anni fa a Los Angeles in California.

Fu l’ultimo dell’orribile catena degli omicidi politici che scosse l’America negli anni Sessanta del XX secolo: John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti,  caduto a Dallas in Texas il 22 novembre 1963; Malcolm X (Little, El-Hajj Malik El-Shabazz), capo della lotta degli afroamericani, assassinato 21 febbraio 1965 a Washington Heights nello Stato di  New York; Martin Luther King, alfiere dei diritti dei neri d’America, fulminato il 4 aprile 1968 a Menphis in Tennessee. L’uccisione del fratello John lo aveva stroncato. Alla moglie confida di voler abbandonare la politica ma poi trova conforto e salvezza nella fede. Cattolico convinto, ogni sera con la famiglia prega e legge la Bibbia. E capisce che il fratello gli ha lasciato una missione da compiere.

Nato il 20 novembre 1925 a Hyannis Port nel Massachusetts nel ricchissimo «clan» dei Kennedy, alla nascita riceve un milione di dollari (600 milioni e più di lire di allora) per quando sarà maggiorenne. A 17 anni va volontario in Marina, laurea in Legge a Harvard. Il 17 giugno 1950 sposa Ethel e hanno 11 figli: Kathleen (1951); Joseph (1952), Robert jr (1954), David (1955), Mary Courtney (1956), Michael (1958), Mary Kerry (1959), Christopher (1963), Matthew (1965), Douglas Harriman (1967), l’undicesimo figlio nascerà nel gennaio 1969. Pratica numerosi sport: alpinismo, sci, nuoto, football americano, vela, canottaggio, equitazione, tennis. Memorabile il suo giro in America Latina dopo la morte del fratello e ha successo nella mediazione tra Indonesia e Malaysia.

Ragguardevole la sua carriera politica: consigliere legale nella commissione di Joseph McCarthy; senatore del Massachusetts (1956); capo della campagna presidenziale del fratello John (1960); ministro della Giustizia (1961-64); senatore dello Stato di New York (1965-68) dove, a sorpresa, batte il favoritissimo candidato repubblicano. Dicono di lui: «Un giovanotto di brutale onestà e di integrità senza macchia («Time»); «Un figlio di p…» (James Hoffa, presidente del sindacato dei camionisti da lui spedito in prigione per vari reati); «Amava la vita nella sua pienezza e la visse intensamente» (il fratello Ted Kennedy); «Quel ragazzino non mi piace, ma se mi fosse utile gli darei qualsiasi cosa. Preferirei farmi tagliare la gola piuttosto che prendere quel piccolo intrigante dalle gambe storte come vicepresidente» (Lyndon Johnson, presidente degli Stati Uniti).

Proprio l’avversione di Jonhson, che era stato catapultato alla Casa Bianca dalla morte di John Kennedy, induce Bob a candidarsi alla presidenza. Molto diverso da John, è implacabile e intransigente, non conosce mezze misure come si deduce dalle sue opinioni politiche. «Pur opponendoci alla sovversione comunista, non ci opponiamo alle rivoluzioni popolari contro governi dittatoriali e ingiusti. La fine della proliferazione nucleare deve avere la priorità assoluta nella politica estera americana: non possiamo aspettare che finisca la guerra nel Vietnam. La Cina esiste: finora l’abbiamo trattata con costante ostilità: non è una politica sensata. Come diceva mio fratello, la storia opera contro il comunismo e il tempo lavora per noi».

La guerra del Vietnam lacera le coscienze in America e nel mondo. In un primo tempo la appoggia, ma gli sembra non solo un’inutile strage, ma contraria ai principi  sanciti dalla della Costituzione Usa: «La guerra in Vietnam provoca la separazione e l’inimicizia tra due dei più forti, intelligenti, migliori gruppi di giovani: da un lato i giovani che si arruolarono nell’Esercito della pace o che hanno studiato in Europa; dall’altro quelli che decisero che era loro dovere sacrificarsi, andare a combattere e, se necessario, morire. Questi due gruppi diventano nemici: e questo è una disgrazia nel già grave dramma del nostro Paese». Infine il razzismo: «La questione negra si risolverà con il tempo, ma intanto il governo deve vigilare perché i diritti civili siano rispettati. Prima di diventare ministro della Giustizia non mi era capitato molte volte di perdere il sonno per il problema dei diritti civili».

Di fronte a questi drammatici problemi, Bob rompe gli indugi e si candida presidente e diventa il campione dei diritti dei poveri. Nelle primarie conquista il 95 per cento del voto nero. Il suo viaggio elettorale nei 50 States si tramuta in trionfo. Ma la cavalcata è interrotta a Los Angeles. Il 5 giugno 1968, 17 diciassette minuti dopo la mezzanotte, nelle cucine dell’hotel Ambassador della megalopoli lo aspetta l’assassino, il giordano 24enne Sirhan Bishara Sirhan.

Ruggero Orlando, il popolare corrispondente della Rai, disse: «L’impressione generale di questo delitto si può condensare nella frase che una donna ha strillato nel salone dell’albergo Ambassador appena Kennedy è stato colpito. Quella donna ha gridato: “Oh no! Non ancora una volta!”. Si riferiva alla morte violenta del presidente Kennedy quattro anni prima. Ma si riferiva anche al clima di particolare violenza che si è instaurato negli Stati Uniti. Per questo il suo grido è diventato un simbolo. Non un’altra volta! L’America è dominata da una febbre sparatoria: ecco la prima impressione generale».

Quando Ruggero Orlando diceva questo, a New York erano le 7 del mattino, a Los Angeles le 3 di notte. Kennedy era in sala operatoria con tre pallottole calibro 22 nella testa. Bob muore il giorno dopo, il 6 giugno 1968, all’ospedale di Los Angeles. Ai funerali dice il cardinale arcivescovo di Boston Richard James Cushing: «In tutti gli uomini brilla una fiamma. In Robert Francis Kennedy la fiamma brillava più viva e più intensa che negli altri».

Pier Giuseppe Accornero