Le “perle” di Martini. L’onestà intellettuale come prima virtù

È tempo di discorsi programmatici, nella vita istituzionale del nostro Paese, sia a livello governativo, sia nel campo della magistratura ordinaria, chiamata a rinnovare nelle prossime settimane la propria rappresentanza al Csm. Tempo dunque di propositi, generalmente e tendenzialmente buoni, che vanno naturalmente misurati non soltanto alla luce della credibilità di chi li enuncia, ma anche con il metro della loro fattibilità e concretezza.

Riflettevo su questo tema l’altra sera, nella sacrestia della bella chiesa romana di Santa Maria ai Monti, durante la presentazione di un interessante volume contenente oltre cento frammenti di discorsi e scritti del cardinale Carlo Maria Martini, commentati da altrettanti esponenti, italiani e stranieri, della cultura, della politica e della ricerca (“Perle di Martini. La Parola nella città 1980-2002”, a cura di Marco Vergottini, Edizioni Dehoniane Bologna, 2018). Insieme al curatore del volume e a padre Giulio Albanese, Giovanni Bachelet, Maria Antonietta Cargnel ed Ermenegildo Manicardi, sotto l’attenta regia di Luigi Accattoli, abbiamo dato vita ad un confronto sull’attualità di una figura che, a quasi sei anni dalla morte, sempre più appare come una delle voci più significative della cultura e della spiritualità italiana della seconda metà del Novecento.

In una di queste “perle”, risalente al 1985, Martini sottolinea l’importanza dell’onestà intellettuale, da applicare “a tutti i problemi in gioco” e che deve, a suo parere, “divenire metodo di vita, di ricerca, di espressione culturale”. Per chiarire meglio il suo pensiero, egli richiama un’espressione di Romano Guardini (filosofo e teologo italo-tedesco della prima metà del secolo scorso, la cui influenza sulla cultura europea è ormai largamente riconosciuta), secondo il quale l’onestà intellettuale è “la serietà imposta dalla verità”, e così la chiosa: “una serietà che vuole sapere la posta realmente in gioco, al di là delle semplificazioni e di tutte le proposte emotive; l’onestà di chi vuole conoscere a fondo le cose”.

Tra governanti e governati, tra rappresentanti e rappresentati, penso davvero che la regola reciproca di condotta debba essere quella della onestà intesa proprio come serietà che scaturisce dalla verità. Un atteggiamento che non si limita al parlare bene e allo scrivere bene, ma include la capacità di testimonianza personale. Nel commento a questa “perla”, Maurilio Guasco richiama una frase cara al beato Paolo VI (“il mondo ha bisogno di testimoni, più che di gente che sa parlare bene”), per concludere che il cardinale Martini ha svolto il duplice ruolo: ha parlato bene, ma è anche stato un testimone.

Ebbene, per quanti si propongono di servire il Paese nelle sue istituzioni, suggerirei proprio di approfondire la riflessione del grande gesuita piemontese: la prima virtù necessaria per affrontare seriamente il futuro è l’onestà intellettuale.

Renato Balduzzi
da Avvenire del 07/06/2018 pag. 10