Papa Francesco a Bari

«Il Medio Oriente non diventi una distesa di silenzio come Hiroshima. Basta con l’occupazione di terre che lacerano i popoli; basta con le sfrenate corse al riarmo; basta usare il Medio Oriente. La guerra è figlia del potere e della povertà».

Con Papa Francesco l’ecumenismo diventa sempre più operoso e davvero il Papa di Roma «presiede nella carità». Lo ha dimostrato, il 7 luglio 2018, la giornata di preghiera e dialogo a Bari, nel nome di San Nicola, con i patriarchi delle Chiese mediorientali. Il dialogo serrato a porte chiuse si apre con la relazione dell’arcivescovo bergamasco Pierbattista Pizzaballa, amministratore del patriarcato latino di Gerusalemme, che illustra i cambiamenti epocali nell’area; la devastazione delle guerre, in particolare in Siria e in Iraq; il ruolo delle Chiese cristiane, chiamate ad abbandonare qualsiasi alleanza con il potere politico e a non fare affidamento sulle strategie umane e politiche.

Il Papa si dice grato ai patriarchi: «Anche il nostro essere Chiesa è tentato dalle logiche del mondo, di potenza e guadagno, logiche sbrigative. C’è il nostro peccato e l’incoerenza tra fede e vita oscura la testimonianza. Dobbiamo convertirci al Vangelo e dobbiamo farlo con urgenza per il Medio Oriente in agonia. Come nella notte angosciosa del Getsemani, non saranno la fuga o la spada ad anticipare l’alba radiosa di Pasqua, ma il dono di sé a imitazione del Signore». Significativo il richiamo a non invocare potenti protettori armati: la fede cristiana «ha conquistato il cuore dell’uomo lungo i secoli perché legata non ai poteri del mondo ma alla forza inerme della croce. L’incontro e l’unità vanno cercati sempre e senza paura; la pace va coltivata anche nei terreni aridi delle contrapposizioni perché non c’è alternativa. I muri e le prove di forza non porteranno la pace. All’ostentazione di minacciosi segni di potere subentri il potere dei segni di speranza. Solo se non mancano pane e lavoro, dignità e speranza, le urla di guerra diverranno canti di pace».

La povera gente è vittima della guerra, «figlia del potere e della povertà». Bergoglio ricorda ai patriarchi: «Tanti conflitti sono stati fomentati da fanatismo e fondamentalismo, travestiti di pretesti religiosi, che hanno bestemmiato il nome di Dio e perseguitato il fratello». Ma la violenza «è sempre alimentata dalle armi. Non si può alzare la voce per parlare di pace mentre di nascosto si perseguono sfrenate corse al riarmo». Esorta a non scordare «le lezioni di Hiroshima e Nagasaki, non si trasformino le terre d’Oriente, dove è sorto il Verbo della pace, in buie distese di silenzio. Basta sete di guadagno, che non guarda in faccia a nessuno pur di accaparrare giacimenti di gas e combustibili, senza ritegno e senza scrupoli per la casa comune».

Grandi preoccupazioni per i cristiani «cittadini a pieno titolo, con uguali diritti»; per Gerusalemme, «la cui identità va preservata e il cui “status quo” va rispettato, come ripetutamente richiesto dalle comunità cristiane»; per i bambini: «Da anni un numero spaventoso di piccoli muore, piange morti violente in famiglia, vede insidiata la terra natia con l’unica prospettiva di dover fuggire». Con grande efficacia Bergoglio aggiunge: «Gli occhi di troppi fanciulli hanno passato la maggior parte della vita a vedere macerie anziché scuole, a sentire il boato sordo delle bombe anziché il chiasso festoso di giochi. L’umanità ascolti il grido dei bambini. Il Medio Oriente non sia più un arco di guerra teso tra i continenti, ma un’arca di pace accogliente per i popoli e le fedi». Denuncia «l’omicidio dell’indifferenza e il rischio che la fede cristiana sia cancellata: un Medio Oriente senza cristiani non sarebbe Medio Oriente». In pochi anni in Siria i cristiani sono scesi da 2,2 milioni a 1,2 milioni, in Iraq da un milione e mezzo a 250 mila.

A Bari una ventina di capi delle Chiese cristiane, cattolici, ortodossi, protestanti. Tra essi il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, Teodoro II di Alessandria, il papa copto Tawadros, il patriarca siro-ortodosso Mar Gewargis II, il metropolita russo Hilarion, i patriarchi delle Chiese orientali cattoliche: oltre a Pizzaballa, i cardinali Béchara Rai (maroniti del Libano) e Luis Raphael I Sako (caldei dell’Iraq). E il vescovo luterano di Giordania Sani Ibrahim Azar. Sulla soglia della basilica di San Nicola, Bergoglio accoglie e abbraccia a uno a uno gli ospiti; scendono nella cripta per pregare e venerare le reliquie; Francesco accende la lampada uniflamma, a forma di caravella, alimentata da due sorgenti di olio, simbolo dell’unica fede vissuta nelle due tradizioni, Oriente e Occidente. Alla Rotonda sul lungomare migliaia di persone partecipano alla preghiera.

Dal Medio Oriente, crocevia di civiltà e culla delle religioni monoteistiche, «è venuto a visitarci il Signore; si è propagata nel mondo la luce della fede; sono sgorgate le fresche sorgenti della spiritualità e del monachesimo. Su questa splendida regione si è addensata una coltre di tenebre»: guerra, violenza, distruzione, occupazioni, fondamentalismo, migrazioni forzate, «nel silenzio di tanti e con la complicità di molti. Il Medio Oriente è divenuto terra di gente che lascia la propria terra». Alla preghiera del Vescovo di Roma fanno eco quelle dei patriarchi orientali.

Bartolomeo di Costantinopoli prega per la pace in greco: «Signore Gesù Cristo, ispira cose buone nei cuori di coloro che vogliono la guerra e pacifica anche i nostri cuori, libera noi e tutti gli uomini dai desideri malvagi e avidi e semina nei nostri e nei loro cuori uno spirito di giustizia, di riconciliazione e di amore verso tutti i nostri fratelli». Tawadros II, papa di Alessandria dei copti, prega in arabo: «Signore, ti ringraziamo per ogni condizione, circa ogni condizione e in ogni condizione. Perché tu ci hai protetti, ci hai aiutati, ci hai preservati, ci hai accolti, ci hai risparmiati, ci hai sostenuti». Da Bari, non una babele ma un concerto di preghiere nelle antiche lingue della Terra Santa.

Pier Giuseppe Accornero