L’abito non fa il monaco, ma almeno lo condiziona

La contrastata elezione del vicepresidente del Csm, con due voti di differenza a favore del candidato che ha prevalso, ha dato origine a numerosi commenti e ad interventi anche di esponenti politici e istituzionali, questi ultimi talvolta un po’ frettolosi.

In alcuni commenti si è ricordato il lontano precedente del 1976, quando venne eletto vicepresidente il prof. Vittorio Bachelet, con due voti di scarto sul prof. Giovanni Conso.

Le due vicende non sono facilmente accostabili, come ha già avuto modo di chiarire il figlio del prof. Bachelet, Giovanni. Aggiungo che quella elezione fu resa possibile proprio dalla circostanza che il professor Conso, nel segreto dell’urna (come in altra occasione ebbe a chiarire lo stesso Giovanni Bachelet), votò a favore di Vittorio: se infatti vi fosse stata parità, sarebbe risultato eletto Conso, in quanto piu anziano.

Mi piace comunque ricordare quell’episodio in quanto vide protagonisti due grandi esponenti della cultura e dell’impegno civile di ispirazione cattolica, legati tra loro da profondi vincoli di stima e amicizia: basti pensare che Conso fu uno dei principali promotori, insieme al magistrato Mario Almerighi, dell’Associazione “Vittorio Bachelet”, costituita nel 1981 a un anno esatto dall’uccisione di quest’ultimo, e che la presiedette per venticinque anni, sino alla morte.

Mi sento altresì, anche alla luce dell’esperienza fatta negli ultimi quattro anni come componente del Csm, di potere affermare che l’incarico di vicepresidente di tale organo comporta, per sua natura, che chi lo ricopre assuma un abito di indipendenza e di estraneità alle parti politiche: sia perché non è pensabile di governare un organo di garanzia, composto in larga prevalenza di togati, appoggiandosi su una maggioranza risicata e non assicurando par condicio a questi ultimi e alle loro articolazioni associative; sia perché la stretta vicinanza e la frequenza dei contatti con il Capo dello Stato, che di quell’organo è presidente, costituisce una ulteriore garanzia circa l’esercizio super partes di quella funzione (potremmo dire che, almeno in alcuni casi, l’abito, se non fa, almeno rafforza e condiziona il monaco).

Esorterei pertanto tutti ad avere fiducia, oltre che nella coscienza e nella sensibilità istituzionale delle persone elette, nella bontà del disegno costituzionale, che dovrebbe indurre a lasciare lavorare in serenità il nuovo Csm, salvo naturalmente valutarne in seguito le decisioni e i comportamenti, nel pieno rispetto dei ruoli e delle competenze di ciascuno.

Renato Balduzzi
da Avvenire del 04/10/2018 pag. 11