Corte Ue: “L’Italia recuperi l’Ici non versata dalla Chiesa”

«Abbiamo ripetuto più volte in questi anni che chi svolge un’attività in forma commerciale, per esempio di tipo alberghiero, è tenuto, come tutti, a pagare i tributi. Senza eccezione e senza sconti. Detto questo, è necessario distinguere la natura e le modalità con cui le attività sono condotte. Una diversa interpretazione, oltre che essere sbagliata, comprometterebbe tutta una serie di servizi, che vanno a favore dell’intera collettività».

Con pacatezza mons. Stefano Russo, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, risponde a stretto giro di posta alla sentenza con la quale il 6 novembre 2018 la Corte dell’Unione europea stabilisce che l’Italia deve recuperare l’Ici non versata dalla Chiesa. La questione va avanti da un decennio.

«Lo Stato italiano deve recuperare l’Ici non pagata dalla Chiesa» stabiliscono i giudici della Corte di giustizia dell’Ue, che annullano la decisione della Commissione del 2012 e la sentenza del Tribunale Ue del 2016 che avevano sancito «l’impossibilità di recupero dell’aiuto a causa di difficoltà organizzative» nei confronti degli enti non commerciali, come scuole, cliniche e alberghi. I giudici ritengono che tali circostanze costituiscano «difficoltà interne all’Italia».

Il ricorso ora accolto dalla Corte fu promosso dalla scuola elementare «Montessori» di Roma contro la sentenza del Tribunale Ue del 15 settembre 2016, che in primo grado aveva ritenuto legittima la decisione del non recupero, formulata dalla Commissione Ue nei confronti di tutti gli enti non commerciali, sia religiosi e sia non religiosi, di una cifra che, secondo stime dell’Anci, si aggirerebbe sui 4-5 miliardi. La Commissione Ue infatti riconobbe all’Italia «l’assoluta impossibilità» di recuperare le tasse non versate nel periodo 2006-2011, visto che sarebbe stato oggettivamente impossibile, sulla base dei dati catastali e delle banche fiscali, calcolare retroattivamente il tipo d’attività (economica o non economica) svolta negli immobili di proprietà degli enti non commerciali, e calcolare l’importo da recuperare. La scuola «Montessori» fece ricorso contro la Commissione, ma nel 2016 il Tribunale Ue confermò l’impossibilità di recuperare quanto dovuto.

La Corte di giustizia annulla sia la decisione della Commissione Ue e sia la sentenza del Tribunale Ue spiegando che tali circostanze costituiscono «difficoltà interne, all’Italia, esclusivamente a essa imputabili», comunque non in grado di giustificare una decisione di non recupero. La Commissione europea «avrebbe dovuto esaminare nel dettaglio l’esistenza di modalità alternative volte a consentire il recupero, anche parziale, delle somme».

La sentenza afferma inoltre che la «Montessori» a Roma è situata «in prossimità immediata di enti ecclesiastici o religiosi che esercitavano attività analoghe» e dunque l’esenzione Ici agli enti ecclesiastici «li pone in una situazione concorrenziale sfavorevole e falsata». Infine la Corte ritiene legittime le esenzioni dall’Imu – l’imposta succeduta all’Ici, introdotta nel 2012 dal governo Monti – anch’esse oggetto di contestazione da parte dei ricorrenti.

Il segretario della Cei Russo commenta: «Le attività sociali svolte dalla Chiesa cattolica trovano anche in questa sentenza un adeguato riconoscimento della Corte di giustizia che conferma la legittimità dell’Imu che prevede l’esenzione dell’imposta, quando le attività sono svolte in modalità non commerciale, quindi senza lucro». Ed entra nel merito affermando: «La sentenza rileva che la Commissione avrebbe dovuto condurre una verifica più minuziosa circa l’effettiva impossibilità dello Stato italiano di recuperare le somme eventualmente dovute nel periodo 2006-2011. Le attività potenzialmente coinvolte sono numerose, da quelle assistenziali e sanitarie a quelle culturali e formative, attività che non riguardano solo gli enti della Chiesa».

P. G. A.