Art. 1 MDP: “La situazione occupazionale desta preoccupazione”

La situazione occupazionale sia locale sia provinciale desta sempre più preoccupazione. Si rischia la drastica residualità della piccola e media industria con ricadute drammatiche sul fronte lavorativo. Per capire l’attuale situazione ritengo necessario fare alcune considerazioni di carattere generale.

Per prima cosa c’è da osservare che tendenzialmente si considerano gli effetti causati da fenomeni e non si considerano quasi mai le cause. Cercherò di spiegarmi nei limiti dello spazio concessomi anche se il tema, per la sua complessità e articolazioni e implicazioni necessiterebbe una discussione da sviluppare con calma e anche a più voci.

Parto da questi dati: disoccupazione generale al 11%, quella giovanile al 32,8%, circa 5 milioni di persone sulla soglia della povertà. Il lavoro non c’è e questa carenza drammatica colpisce in modo particolare le giovani generazioni. Esaminiamo terminologie che ci sono note: Globalizzazione, iperliberismo, mercato, lavoro. Tutte componenti della stessa medaglia.

Il passaggio dal Capitalismo industriale, che ha caratterizzato la società fino alla fine degli anni 90’si è trasformato nel capitalismo finanziario globale attuale. Già qui c’è un primo dato: il subordinamento della politica all’economia, ma quale economia? a quella iperliberista intrapresa da tutti gli stati europei, compresa l’Italia, e mondiali. Nessuno ha capito che tale scelta implicava implicitamente l’accettazione incondizionata del mercato inteso come simbolo e cardine dell’attuale sistema economico e quindi della conseguente interpretazione della società che tende al raggiungimento del massimo profitto con l’impiego minimo dei mezzi. Questo ha avuto come conseguenza l’aumento della distanza sempre più marcata tra capitale e lavoro.

Quando si parla di mercato ovviamente si parla di lavoro. e il nuovo “mantra” che lo caratterizza è la “flessibilità”. E qui la dico cosi. Questa teoria ha creato una cultura che più si confà alla destra che alla sinistra che non è stata e non lo è ora all’altezza dei rapidissimi cambiamenti subiti da un mondo sempre più globalizzato (il tutto venduto come progresso) Purtroppo la sinistra ha creduto che il “Blairismo” da Tony Blair esponente principale di questa interpretazione, fosse la miglior soluzione possibile per creare una società migliore, con più equità sociale, maggior distribuzione della ricchezza, meno disuguaglianza, più diritti è clamorosamente fallita, ed è sotto gli occhi di tutti la quasi residualità a cui la sinistra si è ridotta in Italia e in Europa

Dico di più. L’aver sposato interamente la teoria della flessibilità del lavoro ha provocato l’attuale condizione in cui versa molta parte della nostra popolazione. Questa teoria ha origini un po’ indietro nel tempo. Il cosiddetto “pacchetto Treu” ministro dell’economia e del lavoro del governo Dini /Prodi dal 1995 – 1998 segna il suo punto di partenza. Infatti, nonostante il buon proposito di sbloccare l’obsoleto mercato del lavoro in Italia ed aumentare l’occupazione tramite la flessibilità, l’approvazione del pacchetto Treu e l’uso distorto dei contratti di lavoro atipico ha creato una specie di giungla contrattuale, contribuendo a creare il fenomeno del precariato in Italia. Il concetto di “lavoro” è profondamente mutato, si è passati molto velocemente dalla stabilità alla precarietà attraverso la flessibilità.

Tipologie contrattuali delle più disparate nei tempi e nei modi hanno determinando una costate precarietà. La precarietà porta all’insicurezza del presente e figuriamoci del futuro.

L’insicurezza per il proprio futuro genera la paura che a sua volta determina tensioni nella società con diritti sempre più ridotti. Tutti sentimenti che possono accendere focolai di violenza rivendicativa.

Come i partiti politici,la società anche il lavoro, quindi, è diventato fluido. Questa è la rappresentazione dell’attuale società vista con il pessimismo della ragione.

Ritorna perciò lo storico interrogativo “che fare?” in prima istanza si dovrebbe studiare per predisporre finalmente un solido piano industriale che non c’è. Investimenti pubblici ad esempio sulla messa in sicurezza e tutela del sistema idrogeologico del paese. E ancora investimenti sulla ricerca per la produzione di energia ecosostenibile e cosi via sicuramente impattanti sull’occupazione.

In campo più strettamente sociale, molto interessanti sono i contributi di alcuni economisti americani, di scuola Keynesiana, e anche italiani che sostengono che per affrontare il problema della disoccupazione, lo Stato deve organizzare piani di lavoro garantito per assorbirla quasi tutta (lasciandone giusta quel poco che è fisiologica tra la ricerca di un impiego e un altro, che gli economisti chiamano «disoccupazione frizionale»).

Quello che mi sembra necessario è avere un visione di società da poter contrapporre a quella attuale i cui danni sono sotto gli occhi di che vuol vedere.

Sarebbe utile un ampio confronto di idee con tutte le forze politiche e soggetti sociali disponibili ai dialogo.