50° di fondazione di Avvenire

Cinquant’anni fa, mercoledì 4 dicembre 1968, compare nelle edicole il quotidiano cattolico «Avvenire», frutto della fusione tra «L’Italia» di Milano e «L’Avvenire d’Italia». Come tutti i quotidiani, quel giorno titola sui sanguinosi scontri nelle campagne siciliane di Avola (Siracusa): in una manifestazione la polizia spara e uccide due braccianti agricoli. Perché il 4 dicembre? Cinque anni prima, il 4 dicembre del 1963, il Concilio Vaticano II promulga i primi due documenti: il decreto «Inter mirifica» sui mezzi di comunicazione sociale e la costituzione «Sacrosanctum Concilium» sulla riforma liturgica.

Paolo VI impone la sua volontà all’episcopato italiano, in gran parte contrario. Dunque fondatore del giornale è un santo che volle, con tenacia e fermezza, il giornale. Giovanni Battista Montini, già arcivescovo di Milano, concepisce e realizza da Papa un quotidiano nazionale che dà voce ai cattolici. Le opposizioni sono agguerrite: nel 1968 inizia la contestazione anche ecclesiale. I vescovi sono preoccupati del proprio orticello e si oppongono a sacrificare un giornale «sano» come il milanese «L’Italia» per combinare un matrimonio avventuroso con un giornale diverso come il bolognese «Avvenire d’Italia».

All’indomani della Liberazione tornano i giornali che il fascismo aveva liquidato o soggiogato. Vengono fondati: «Il Popolo nuovo» a Torino, «Il Giornale del mattino» a Firenze, «Il Quotidiano» a Roma, «Il domani d’Italia» a Napoli, «La Sicilia del popolo» a Palermo, «Il popolo trentino». Riprendono quotidiani cattolici di antiche tradizioni: «L’Italia» di Milano, diretta da don Ernesto Pisoni; «L’Eco di Bercamo» con Andrea Spada; «L’Avvenire d’Italia» di Bologna con Raimondo Manzini; «Il Cittadino» di Genova; «L’Ordine» di Como diretto da don Giuseppe Brusadelli. «Gazzetta del Popolo» di Torino e «Il Gazzettino» di Venezia sono controllati dalla Democrazia cristiana.

Nel 1968 i quotidiani cattolici sono sei. I locali: «Il Cittadino» di Genova, «L’Eco di Bergamo», «L’Ordine» di Como, «L’Adige» di Trento. Due a diffusione inter-regionale: «L’Avvenire d’Italia» copre una vasta area, 70 mila copie, rilevanti i servizi sul Concilio del nuovo direttore Raniero La Valle, ma il passivo galoppa a un miliardo nel 1967; «L’Italia» è diretto da Giuseppe Lazzati – venerabile dal 2013 – scelto da Montini, nel luglio 1964 sostituito dal torinese mons. Carlo Chiavazza, scelto dal neoarcivescovo Giovanni Colombo, succeduto a Montini divenuto Papa nel 1963. Chiavazza si batte vigorosamente contro la fusione e scrive a Colombo: «”L’Italia”, è uno strumento della gerarchia, migliorabile ma fortemente ancorato al magistero. “L’Avvenire d’Italia” è diretto e fatto da una corrente di politici cattolici, autonomi dalla Chiesa. Questa concezione risente di una certa sfiducia verso la gerarchia ed è motivo di frizioni e perplessità. L’unificazione servirebbe solo a scaricare i debiti de “L’Avvenire d’Italia” su “L’Italia”. Chi per decine di anni è vissuto di grosse elemosine ha largamente dimostrato di non essere capace di fare e amministrare un giornale. Gli articoli brillanti servono, ma non sono determinanti».

Nonostante i pressanti inviti di Papa Montini e di mons. Giovanni Benelli, sostituto della Segreteria di Stato, pareri negativi esprimono la Conferenze episcopali ligure con il card. Giuseppe Siri e lombarda con Colombo: «La gestione de “L’Italia” è faticosa, quella de “L’Avvenire d’Italia” disastrosa. Come si spera che unendole ne venga una soluzione positiva?». Anche «L’Eco di Bergamo» dovrebbe entrare nella fusione, ma il direttore Andrea Spada, presidente della Conferenza dei direttori

dei quotidiani cattolici, supportato dal vescovo Clemente Gaddi, rifiuta.

A Torino e Piemonte, dal 18 dicembre 1960 «L’Italia» pubblica l’edizione subalpina – accanto a quelle milanese, bresciana e cremonese – fermamente voluta dai vescovi. A capo della redazione c’è il giovane prete Franco Peradotto. Nel palazzo delle Opere cattoliche in corso Matteotti 11 lavora un trio di formidabili preti giornalisti: Franco Peradotto a «L’Italia», Jose Cottino a «La Voce del Popolo», Carlo Chiavazza a «il nostro tempo» (oltre a «L’Italia»). Con Peradotto collaborano giovani e scalpitanti giornalisti: Mario Berardi, Guido Boursier, Franco Caresio, Cesare Castellotti, Franco Fornari, il domenicano Reginaldo Frascisco, Bruno Geraci, Ezio Mascarino, Arturo Rampini, Renzo Rossotti, Maria Valabrega, Umberto Zanatta.

Montini pensa a quotidiano nazionale come il francese «La Croix». Una commissione tecnica, presieduta dal torinese prof. Silvio Golzio, conclude: è impossibile tenere in vita due testate; è necessario un quotidiano unico; è opportuno scegliere Milano. Si fonda la Nei (Nuova editrice italiana); il pacchetto azionario è diviso tra Cei e diocesi di Milano. Si scrive la «magna charta» per la conduzione del giornale. Si forma una commissione di garanti: Giuseppe Lazzati, Luigi Pedrazzi e Vittorino Veronese. Direttore è Leonardo Valente, che viene dalla Rai. Nell’editoriale inaugurale «Giornale aperto» scrive: «Cercheremo di metterci nella prospettiva di un quotidiano che sia dei cattolici più che per i cattolici. Uno strumento che tenga conto della pluralità reale del mondo cattolico e che si muova in avanti alla riscoperta dei temi fondamentali, dei lieviti più autentici, delle istanze più sofferte che compongono il panorama multiforme e vitale dell’unità di fondo del mondo cattolico italiano».

L’organico è folto, oltre 70 unità, con grave onere finanziario: numerose edizioni regionali,103 mila copie giornaliere, 160 mila festive, 52 mila abbonati. Ma manca un’ispirazione unitaria e un discorso coerente. Dieci mesi dopo, il 18 ottobre 1969, Valente si dimette, forse  per pressioni dei cattolici conservatori, insofferenti della linea progressista. Per favorire la diffusione al Sud. si impianta una tipografia a Pompei, primo esperimento in Italia. «Avvenire» dispone di un serbatoio illimitato di «corrispondenti»: i collaboratori dei settimanali cattolici e i missionari.

Pier Giuseppe Accornero