Le infrastrutture sono il nostro futuro

I recenti disaccordi emersi in seno alla maggioranza di governo circa i costi e le modalità di realizzazione della linea ad alta velocità Torino-Lione (TAV) testimoniano la difficile coesistenza fra un credo “declinista”, promosso dal MoVimento 5 Stelle (che in passato non ha nascosto di voler bloccare la TAV e che oggi vorrebbe quantomeno rinegoziare il progetto con la controparte francese), e un’impostazione produttivista favorita dalla Lega.

Se il “valzer di posizioni” all’interno dell’esecutivo sembra decisamente fuori luogo – dacché, come sottolinea il Presidente dell’Unione Industriale di Torino Dario Gallina, “tornare indietro non si può e non si deve: le conseguenze sarebbero drammatiche” -, va aggiunto che la polemica è anche del tutto anacronistica.

Infatti, la sempre maggiore mobilità di persone, merci e capitali indotta dai processi di globalizzazione (processi non certo esenti da problemi e contraccolpi) richiede cospicui investimenti in infrastrutture da parte anzitutto degli Stati. Infrastrutture che possono essere viste come una particolare manifestazione del progresso tecnologico, come già nel 1974 scriveva il Prof. David Billington: «Le macchine sono solo metà della tecnologia: l’altra metà consiste di strutture, le quali formano le fondazioni fisiche della società».

Emblematico di come il futuro globale si poggi sulle reti infrastrutturali è il sentiero percorso negli ultimi anni dalla Cina, paese che da economia emergente si è trasformato in un gigante il cui prodotto interno lordo, secondo le previsioni degli analisti, scalzerà quello statunitense nel giro di dieci anni.

La Cina, che storicamente percepisce se stessa come “Impero del Centro”, sta sviluppando, sotto la leadership di Xi Jinping, un ambizioso macro-progetto denominato One Belt One Raod Initiative, e meglio noto come “Nuove Vie della Seta”, che prevede in ultima analisi l’integrazione economica dello spazio eurasiatico tramite la creazione e l’implementazione di reti stradali e ferroviarie, porti, opere edilizie ecc. – permettendo alla Cina di estendere la propria influenza all’interno di questo spazio, i cui terminali sono Rotterdam e Venezia. Lo ricordava in questi giorni l’economista Michele Geraci, cultore delle relazioni italo-euro-cinesi e Sottosegretario allo sviluppo economico, evidenziando come negli ultimi dieci anni i chilometri di linee ferroviarie ad alta velocità in Cina sono aumentati esponenzialmente.

Di fronte a un mondo che si muove in questa direzione, risulta davvero miope la recente polemica sull’alta velocità Torino-Lione, il cui stop comporterebbe una perdita economica ben superiore agli eventuali risparmi.

Come ha scritto l’imprenditore e parlamentare piemontese Guido Crosetto: «Le grandi opere pubbliche sono uno dei requisiti essenziali per continuare ad essere una grande potenza industriale e manifatturiera, come lo sono un sistema fiscale e burocratico accettabili. Dire no alla Tav per pregiudizio ideologico significa dire no a tutte le opere pubbliche complesse ma necessarie. Poi, per il Piemonte, significa ulteriore marginalizzazione ed esclusione da ogni tratta economica».

Lorenzo Amarotto