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Vittorio Emanuele III ed Elena di Montenegro sepolti nel santuario di Vicoforte 

Nel forte napoletano di Sant’Elmo all’una di notte 101 cannonate salutano l’arrivo di Vittorio Emanuele, principe di Napoli ed erede al trono, venuto al mondo alle 22,45 dell’11 novembre 1869. Sarà uno dei sovrani più longevi: Vittorio Emanuele III di Savoia (1869-1947), re d’Italia (1900-1946), «re soldato».

Educazione rigida, gusti raffinati, conduce una semplice vita borghese: non fuma, non beve, è frugale a tavola; a letto e in piedi prestissimo; poco credente, va a Messa se indispensabile per gli obblighi di Stato. Un giorno alla reggia di Racconigi (Cuneo) riceve le educande di un istituto religioso: ordina di far entrare le ragazze e di tener fuori le suore. Veste la divisa da generale e partecipa a inaugurazioni, esposizioni, posa di prime pietre, parate, manovre militari, taglio di nastri, convegni. Dopo la visita a Pio XII in Vaticano il 28 dicembre 1939 racconta che non si è inginocchiato né ha baciato l’anello. Dice la nuora Maria Josè: «È un uomo straordinario. Conosce ogni cosa e a ogni argomento ha la risposta giusta; in pubblico appare rude, sbrigativo, asciutto; in famiglia è affettuoso, premuroso, simpatico e ha battute di spirito».

Jelena Petrovic Nijégosh (1873-1952) nasce a Cettigne, fra le montagne del Montenegro, figlia del futuro re Nicola I. Studia a Pietroburgo e frequenta i Romanov. Da ortodossa si converte al cattolicesimo per poter sposare al Quirinale il 24 ottobre 1896 Vittorio Emanuele. Torino festeggia con l’ostensione della Sindone (25 maggio-2 giugno 1898) organizzata dal cardinale arcivescovo Agostino Richelmy, storica per le prime, sorprendenti fotografie di Secondo Pia. Tra gli 800 mila pellegrini c’è il 14enne Adolfo Barberis, futuro prete diocesano e oggi venerabile. Nel primo conflitto mondiale (1914-18) la Sindone, per espressa volontà del re, non lascia Palazzo Reale ma trova rifugio al secondo piano interrato, protetta da una lastra di amianto.

L’assassinio fra le bianche case di Sarajevo, alle 10,45 del 28 giugno 1914, dell’arciduca Francesco Ferdinando, nipote di Francesco Giuseppe I ed erede al trono austriaco e della moglie Sophie Chotek von Chotkowa, è la scintilla che scatena l’incendio. Il Regno d’Italia entra in guerra il 24 maggio 1915. Vittorio Emanuele proclama: «L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata. Seguendo l’esempio del mio Grande Avo, assumo il comando supremo delle forze di terra e di mare con sicura fede nella vittoria».

La regina Elena, cresciuta nei valori della famiglia e della solidarietà, educa i figli e compie opere di carità. Attratta dalla medicina, si dedica ai malati ed è in prima linea nell’aiuto ai feriti dei due conflitti mondiali. Durante la Grande Guerra l’ospedale allestito al Quirinale assiste oltre 2.500 feriti. Per reperire fondi inventa la «fotografia autografata» venduta nei banchi di beneficenza.

Al Quirinale siede un sovrano imbelle, massone e mangiapreti, «re sciaboletta» ha la gravissima colpa di non essersi opposto alla rivoltante dittatura fascista, alle vergognose leggi razziali e antiebraiche, al connubio tra fascismo e nazismo, alla losca alleanza tra Benito Mussolini e Adolf Hitler. La mobilitazione inizia nella notte del 26-27 ottobre 1922: gli autocarri carichi di Camicie nere invadono Roma. Il re rifiuta di firmare lo stato d’assedio, congeda il governo di Luigi Facta, incarica Mussolini di formare l’esecutivo. Il 30 ottobre il duce consegna la lista dei ministri e saluta il sovrano con enfasi patriottica: «Porto a Vostra Maestà il saluto dell’Italia di Vittorio Veneto». Mostra subito il suo ghigno liberticida e violento, liquidando gli avversari. Il 23 agosto 1923 don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta (Ravenna), è colpito alle spalle e ucciso con una bastonata: gli squadristi di Italo Balbo non gli perdonano di essere un fiero antifascista. Alla Camera il deputato socialista Giacomo Matteotti denuncia brogli e violenze squadriste: il 10 giugno 1924 è rapito e ucciso da sicari fascisti e Mussolini si assume la responsabilità del delitto. Chiude partiti e giornali, vara «leggi fascistissime», cancella le elezioni e introduce il plebiscito, trasforma il Gran Consiglio in un organo dello Stato.

L’unica cosa buona. Dopo cinquant’anni di attesa – dalla «breccia di Porta Pia» a Roma nel 1870 – l’11 febbraio 1929 Mussolini e il segretario di Stato cardinale Pietro Gasparri firmano la Conciliazione. I Patti Lateranensi sanciscono la fine del potere temporale della Chiesa, riconoscono al Papa potestà e giurisdizione sullo Stato Città del Vaticano, chiudono la «Questione romana».

Per il matrimonio, celebrato l’anno prima, tra il principe Umberto e Maria José di Brabante l’arcivescovo di Torino Maurilio Fossati organizza l’ostensione della Sindone (3-24 maggio 1931). Nel Natale 1937 Vittorio Emanuele III invia nove daini, frutto di una fortunata battuta di caccia in Piemonte, alla parrocchia della Speranza a Torino: vengono cucinati e distribuiti ai poveri.

Il 24-25 luglio 1943 a Roma il Gran Consiglio mette alle strette il duce che

rifiuta di dimettersi. L’ordine del giorno di Achille Grandi, ministro degli Esteri, chiede al capo del governo di rivolgersi a Vittorio Emanuele III perché «assuma il comando delle Forze armate e riprenda la suprema iniziativa di decisione». Grandi attacca il duce per il modo brutale con cui ha governato trascinando il Paese in una guerra disastrosa. In un drammatico colloquio a Villa Savoia re «sciaboletta» comunica a Mussolini la sostituzione con il maresciallo astigiano Pietro Badoglio.

Il 9 maggio 1946 Vittorio Emanuele III abdica a favore del figlio e si trasferisce ad Alessandria d’Egitto dove muore il 28 dicembre 1946. Elena muore a Montpellier il 28 novembre 1952. Nel 1946 al referendum del 2 giugno 12.717.923 (54,3%) voti per la Repubblica, 10.719.284 (45,7%) per la Monarchia. Torino sceglie in larga misura la Repubblica. L’elettorato castiga la monarchia sabauda, delegittimata per l’appoggio a Mussolini.

Il 13 giugno 1946 Umberto II va in esilio a Cascais in Portogallo. Alla morte il 18 marzo 1983 lascia la Sindone alla Santa Sede, 530 anni dopo che fu donata da Margherita de Charny al duca Ludovico di Savoia e alla moglie Anna. Settant’anni dopo, Vittorio Emanuele ed Elena, dal dicembre 2017, riposano nel santuario di «Regina montis regalis» di Vicoforte, provincia di Cuneo e diocesi di Mondovì.

Pier Giuseppe Accornero

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