Francesco e i corrotti. Pagine splendide e scomode, da regalare ai giovani

Un nuovo sviluppo di un’inchiesta giudiziaria nell’hinterland romano ha comportato, in questi giorni, arresti e perquisizioni a carico di amministratori locali ed esponenti politici. Ferma restando, naturalmente, la presunzione di non colpevolezza di cui all’art. 27, comma 2, Cost., la sensazione è, ancora una volta, di sconcerto per fenomeni corruttivi che sembrano non avere mai fine, né confini.

Può essere allora utile la lettura di un volumetto, pubblicato durante l’estate, che raccoglie testi e discorsi di papa Francesco in tema di corruzione (“Corrotti, no”, Editrice Ave, 2018, con introduzione di Luigi Ciotti): Francesco va al cuore del problema e scuote le nostre coscienze. Lasciamoci guidare in questo percorso, provando a rispondere, con le parole del papa, ad alcune domande.

La prima: qual è l’identikit del corrotto?

La risposta di Francesco fa pensare: il corrotto “non può accettare la critica, squalifica chi la fa, cerca di sminuire qualsiasi autorità morale che possa metterlo in discussione. Se i rapporti di forza lo permettono, perseguita chiunque lo contraddica; egli non conosce la fraternità o l’amicizia, ma la complicità e l’inimicizia”.

Una seconda: qual è il linguaggio della corruzione?

Anche qui la risposta è spiazzante: il linguaggio della corruzione e dei corrotti è l’ipocrisia, l’amabilità nel linguaggio e la mitezza dei modi impiegate non per affermare la verità, ma per asservire la verità ai propri interessi. E invece la mitezza che Gesù vuole da noi non ha niente a che fare con l’adulazione o con parole troppo zuccherate, ma è una mitezza “semplice, come quella di un bambino; e un bambino non è ipocrita, perché non è corrotto”.

Infine, una terza domanda: come vincere la corruzione?

La risposta è tutt’altro che moralistica. L’unica strada per uscire dalla corruzione è il servizio, cioè la carità umile per aiutare gli altri. E, parlando dei “politici”, il papa aggiunge che un buon politico, che voglia rifuggire dalla corruzione (“tarlo della vocazione politica”) finisce sempre per essere un “martire” del servizio, perché, se pure deve tante volte lasciare nell’ombra le proprie idee personali per armonizzarle con quelle degli altri, “non le abbandona, ma le mette in discussione con tutti per andare verso il bene comune”. E, affinché la politica possa competere “di fronte all’aggressività e alla pervasività di altre forme di potere, come quella finanziaria e quella mediatica”, vanno rilanciati “i diritti della buona politica, la sua indipendenza, la sua idoneità specifica ad agire in modo da ridurre le diseguaglianze, a promuovere con misure concrete il bene delle famiglie, a fornire una solida cornice di diritti-doveri, bilanciare tutti e due, e a renderli effettivi per tutti”.

Scrive don Ciotti nell’introduzione: sono “pagine splendide e scomode”. Aggiungerei: da regalarsi e da regalare, soprattutto ai giovani.

Renato Balduzzi
da Avvenire del 20/09/2018 pag. 12