Beatificazione dei 19 martiri di Algeria a Orano

La beatificazione di 19 martiri di Algeria l’8 dicembre 2018, nel santuario di Nôtre-Dame di Santa Cruz a Orano in Algeria, è un evento unico: per la prima volta martiri cristiani vengono proclamati beati in un Paese musulmano. Per questo Papa Francesco ha nominato il cardinale Giovanni Angelo Becciu, prefetto della Congregazione dei santi, suo «inviato speciale». I martiri sono francesi: il domenicano Pierre Claverie, vescovo di Oran; 7 monaci trappisti di Tibhirine; 11altri religiosi e religiose. Hanno voluto restare a fianco del popolo algerino e hanno pagato con la vita il terrorismo islamico. «Spero possa lasciare un grande segno di fraternità per il mondo intero» auspica mons. Jean-Paul Vesco, vescovo di Orano.

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 sette trappisti sono rapiti da uomini armati e poi uccisi. «Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese, che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato». Con incredibile chiaroveggenza frère Christian de Chergé aveva redatto il suo testamento spirituale. I trappisti sono sequestrati nel monastero presso Tibhirine e il successivo 21 maggio vengono ritrovati i cadaveri. La trappa di Nôtre-Dame de l’Atlas è un monastero di Cistercensi fondato nel 1938 a 90 chilometri a sud di Algeri. Una ventina di uomini armati irrompono nella trappa, sequestrano 7 dei 9 monaci e fuggono. Il sequestro è rivendicato dal Gruppo islamico armato (Gia), che propone alla Francia uno scambio di prigionieri. Le trattative sono inutili e il 21 maggio i terroristi annunciano l’uccisione dei monaci: le loro teste sono ritrovate il 30 maggio ma i corpi sono andati dispersi.

I sette trappisti sono: Christian de Chergé, 59 anni, monaco dal 1969, in Algeria dal 1971, superiore della trappa; Luc Dochier, 82 anni, monaco dal 1941, in Algeria dal 1947; Christophe Lebreton, 45 anni, monaco dal 1974, in Algeria dal 1987; Michel Fleury, 52 anni, monaco dal 1981, in Algeria dal 1985; Bruno Lemarchand, 66 anni, monaco dal 1981, in Algeria dal 1990; Célestin Ringeard, 62 anni, monaco dal 1983, in Algeria dal 1987; Paul Favre-Miville, 57 anni, monaco dal 1984, in Algeria dal 1989. I due scampati sono Amédée Noto e Jean-Pierre Schumacher. I funerali si svolgono ad Algeri nella basilica di Nôtre-Dame de l’Afrique il 2 giugno 1996, insieme a quelli del cardinale Léon-Etienne Duval, arcivescovo emerito di Algeri morto a 92 anni il 30 maggio 1996. I resti sono sepolti nel cimitero della trappa.

Francesco ricorda la drammatica storia dei monaci di Tibhirine nella prefazione del libro «L’héritage» di Christophe Henning: «I sette monaci sono stati assassinati dopo giorni di sequestro, vittime della lotta fratricida che dilaniava il Paese. Ma gli assassini non hanno preso loro la vita: i monaci l’avevano donata in anticipo, proprio come gli altri dodici religiosi e religiose, tra i quali il nostro fratello vescovo Pierre Claverie, ucciso in Algeria durante quegli anni bui. Siamo invitati a essere segni di semplicità e di misericordia, nell’esercizio quotidiano del dono di sé, sull’esempio di Cristo. Non ci sarà altro modo di combattere il male che tesse la sua tela nel mondo. A Tibhirine si viveva il dialogo della vita con i musulmani; noi, cristiani, vogliamo andare incontro all’altro, chiunque egli sia, per allacciare quell’amicizia spirituale e quel dialogo fraterno che potranno vincere la violenza. Per conquistare il cuore dell’uomo, bisogna amare, confidava fratel Christophe, il più giovane della comunità. Ecco il messaggio che possiamo serbare nel cuore: sull’esempio di Gesù fare della nostra vita un Ti amo».

Il martirio di mons. Pierre Claverie – Settanta giorni dopo l’assassinio dei monaci, viene ucciso mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano, 58 anni: nella notte del 1° agosto 1996, è vittima con l’autista musulmano di un attentato mentre rientra in auto alla sera. Ucciso da una bomba esplosa davanti sll’episcopio, il suo sangue si mescola con quello di Mohamed Bouchikhi, musulmano di Sidi Bel Abbès, suo autista. Due mesi prima dice in un’omelia: «Dopo l’inizio del dramma algerino mi è stato chiesto più di una volta: “Ma cosa ci fate laggiù? Perché rimanete in quel Paese? Scuotete finalmente la polvere dai vostri calzari e tornatevene a casa”. Ma dov’è davvero la nostra casa? Siamo in Algeria per amore del Messia crocifisso, solo e unicamente per amore suo, non abbiamo alcun interesse da salvare, alcuna influenza da difendere; non siamo stati spinti da alcuna perversione masochista, non abbiamo alcun potere ma siamo laggiù come al capezzale di un amico, di un fratello, ammalato, in silenzio, stringendogli la mano solo per amore di Gesù, che sta soffrendo a motivo di questa violenza che non risparmia nessuno, crocifisso nuovamente nella carne di migliaia di innocenti. Come Maria, la madre e l’apostolo Giovanni, anche noi ci troviamo ai piedi della Croce su cui Gesù muore abbandonato dai suoi e schernito dalla folla. Non è forse il dovere di ogni cristiano essere presente nei luoghi dove qualcuno viene respinto e abbandonato?».

«Ricordo bene quel giorno dei funerali di mons. Pierre Claverie» dice don Paolo Alesso, 78 anni di Torino, per quattro anni (1993-97) missionario «Fidei donum» a Costantine in Algeria, e ora parroco. Intervistato su «La Voce e il Tempo» del 4 febbraio 2018, racconta: «Ai funerali una giovane donna prese la parola e disse: “Grazie, Pierre, che mi hai aiutato a essere una buona musulmana”. Fu una frase importante e una frase simbolo per i rapporti inter-religiosi così complessi. Erano gli anni della guerra civile scatenata dopo l’annullamento delle elezioni e lo scioglimento da parte del governo del Fronte islamico di salvezza (Fis) che aveva vinto le elezioni».

Pier Giuseppe Accornero