La nuova impresa sociale: investimenti sociali e remunerativi

La riforma delle imprese sociali prevede rilevanti novità, anche sotto il profilo fiscale, con l’obiettivo di renderla appetibile anche a nuovi potenziali investitori.

La qualifica di impresa sociale può essere conseguita da tutti gli enti privati (incluse le società di persone, le società di capitali, ecc.) che esercitano in via stabile e principale un’attività di impresa di interesse generale, senza scopo di lucro e con finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, adottando modalità di gestione responsabili e trasparenti e favorendo il più ampio coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e di altri soggetti interessati alle loro attività.

Agli enti religiosi civilmente riconosciuti si applicano le norme limitatamente alle attività di impresa di interesse generale a condizione che per esse adottino un regolamento, mentre le cooperative sociali e i loro consorzi acquisiscono di diritto la qualifica di impresa sociale.

I ricavi dell’impresa sociale provenienti da attività di interesse generale dovranno essere superiori al 70% dei ricavi complessivi. Indipendentemente dall’oggetto dell’attività svolta, la qualifica di impresa sociale si può ottenere anche laddove l’impresa occupi, per almeno il 30% della forza lavoro, lavoratori molto svantaggiati oppure persone svantaggiate, con disabilità, beneficiarie di protezione internazionale o persone senza fissa dimora.

L’impresa sociale deve utilizzare gli eventuali utili o avanzi per lo svolgimento dell’attività statutaria o a incremento del patrimonio. Tuttavia, se costituita come società, può destinare una quota inferiore al 50% degli utili annui alla distribuzione di dividendi ai soci, in misura non superiore all’interesse massimo dei buoni postali fruttiferi aumentato del 2,5%, oppure all’aumento gratuito del capitale sociale, nei limiti della variazione dell’indice dei prezzi calcolato dall’ISTAT.

L’impresa sociale (anche se non costituita in forma di società) può destinare una quota dei suoi avanzi a favore di enti del terzo settore mediante donazioni finalizzate alla promozione di specifici progetti di utilità sociale.

Un aspetto rilevante riguarda il coinvolgimento dei lavoratori. Le imprese sociali devono infatti prevedere dei meccanismi di consultazione o di partecipazione mediante i quali i lavoratori, gli utenti e gli altri soggetti direttamente interessati alle attività siano messi in condizione di esercitare un’influenza sulle decisioni dell’impresa. Questo significa che gli statuti dovranno prevedere i casi e le modalità di partecipazione dei lavoratori all’assemblea degli associati o dei soci. La norma prevede infine che, superati determinati limiti, spetti ai lavoratori la nomina di almeno un componente dell’organo di amministrazione e di almeno uno dell’organo di controllo.

Interessante è poi il capitolo sulle agevolazioni fiscali. In estrema sintesi, le persone fisiche che investono nel capitale di una o più società che hanno acquisito la qualifica di “impresa sociale” dopo la data di entrata in vigore del decreto e che siano costituite da non oltre 36 mesi dalla medesima data, possono detrarre un importo pari al 30% della somma investita. L’investimento massimo detraibile non può eccedere, in ciascun periodo d’imposta, l’importo di euro 1.000.000 e deve essere mantenuto per almeno tre anni.

Se l’investimento, rispettando le medesime condizioni di cui sopra, è effettuato da un soggetto passivo IRES, quest’ultimo ha diritto a una deduzione del 30% della somma investita.

L’investimento massimo deducibile non può eccedere, in ciascun periodo d’imposta, l’importo di euro 1.800.000 e deve anche in questo caso essere mantenuto per almeno tre anni.

Tali agevolazioni fiscali sul capitale investito, unite alla possibilità di ottenere una moderata distribuzione di dividendi, rendono l’impresa sociale interessante, oltre che sotto il profilo sociale, anche come possibile investimento.

F. Servat